IL VASO DI GRETA

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IL VASO DI GRETA

Ogni gruppo ha il suo bacchettone per l’ambiente; quello che se per pura distrazione lanci una carta fuori dal finestrino passa tutto il viaggio ad inveirti contro e a spiegarti come stiamo distruggendo il nostro pianeta, con un tono di voce di diverse misure più fastidioso della sopportabilità; di quelli che pur di farli stare in silenzio faresti retromarcia in autostrada per andare a recuperare un misero rettangolo di plastica della misura di una caramella al limone, e tu che magari avevi solo voglia di qualcosa di dolce; del tipo che poi ti guarda in cagnesco e passa una giornata a borbottare, neanche avessi scaricato dei rifiuti tossici nelle falde acquifere di un’intero continente. Che globi! Io sono il bacchettone del mio, e vi assicuro che è un lavoro da matti. Gli inviti a visitare nuovi luoghi, per usare un eufemismo, è assicurato e frequente. Eleva il tutto su scala mondiale ed hai un ritratto più o meno fedele di ciò che Greta Thunberg sta facendo dall’anno scorso.

Il 15 Marzo il suo “sciopero per il futuro”, sulla falsariga dei suoi Fridays for Future, ha smobilitato centinaia di migliaia di giovani e adulti in tutto il mondo, chi nelle piazze più importanti ad urlare slogan e portare striscioni, chi da casa, davanti ad un computer, ad esprimere la sua opinione. Molte sono state anche quelle contrarie, che suonano esattamente come le risposte più o meno ricercate che ricevo quando comincio la mia crociata quasi quotidiana all’interno della mia comitiva, dalla più banale alla più intellettuale: “Hai perfettamente ragione, ma che differenza vuoi che faccia una carta in più per terra?”, “Vabbè, ma non ci sono abbastanza cestini, dovrei portarmi la spazzatura in tasca per tutti quei metri?”, “Fin quando non ci saranno piani di smaltimento di rifiuti efficientemente ed efficacemente organizzati in capo alle istituzioni, è una lotta contro i mulini a vento!” ed altre varie ed eventuali. Ho visto servizi giornalistici dedicati alla giovane attivista che mangiava cibi preconfezionati in plastica su un treno, interviste ai giovani partecipanti delle manifestazioni che non sembravano avere la minima idea di cosa fosse il buco dell’ozono, di cosa significasse “cambiamento climatico”, di come l’inquinamento influisse sulla vita degli esseri umani. Ho letto articoli fatalisti, che parlavano di come quello di Greta fosse il solito “tanto rumore per nulla”, un buco nell’acqua, che addirittura fosse un modo mediatico per distogliere l’attenzione dai famigeratissimi “problemi ben più gravi e reali”.

23 anni, poco più di quanti ne ha Greta ora, e, rimanendo così le cose, il controverso “cambiamento climatico” sarà irreversibile. Poco conta se una ragazzina di 16 anni non dimostra una rigida ed inflessibile coerenza tra idee e vivere pratico; non importa se dei ragazzi, presi dall’ansia di essere intervistati dicono cose sconnesse, o se sono francamente ignoranti sugli aspetti teorici basilari della questione; è irrilevante se effettivamente i Fridays For Future sortiranno un effetto più importante e grande della candidatura al nobel per una giovane meteora dei movimenti studenteschi. Quello che conta è la risposta che il mondo adulto può e sa dare ad una giovane generazione che si chiede che mondo gli si lascerà in eredità, o se almeno gliene verrà lasciato uno. Potremmo rispondergli che “tanto è così che va”, che “ormai non c’è più nulla da fare”, ma la brutale verità è che abbiamo operato e continuiamo ad operare una scelta tra il progresso economico smodato a tutti i costi e il prendersi cura di una Terra che ci sfama e ci nutre, ci sostiene e ci alleva. Nessuna scusa può reggere di fronte a questo. Sta a mala piena in piedi l’effettivo sforzo di alcuni (e solo alcuni) degli Stati più industrializzati di dedicare un’attenzione quantomeno formale al tema della sostenibilità ambientale, per non parlare di quei leader politici e/o economici che si deresponsabilizzano, che minimizzano, fomentando la folta schiera di “menefreghisti” che popolano ogni parte del pianeta e che traggono piacere dal criticare un’adolescente e dal trovare le falle nel suo pensiero piuttosto che analizzare cosa sarebbe o non sarebbe possibile fare. Una manifestazione come quella di Venerdì non serve ai giovani per cambiare il mondo, ma agli adulti per riflettere su di esso. Siamo tanto occupati a cercare scuse per i nostri comportamenti che non ci rendiamo conto di quanto il problema non sia un rettangolino di plastica, ma la noncuranza con cui lo lanciamo per terra, con cui abbracciamo le tesi di chi si arricchisce a spese della natura, con cui lasciamo che le politiche economiche, a partire da quelle locali, e su questo chi ha occhi per intendere, intenda, continuino a favorire multinazionali che, tanto a titolo di esempio, spargono veleno nell’aria e nel sottosuolo in cambio di petrolio, come se fosse una cosa che non ci riguarda, che non sta a noi bloccare o promuovere. La Terra, con ciò che essa ci da da mangiare, il mondo intero, il futuro, è come un vaso di creta che plasmiamo con le nostre azioni. Sia che lo si rovini con le proprie mani, sia che lo si lasci raffreddare e poi cadere senza opporre resistenza, si è artefici della sua rottura. Se non ci occupiamo del contenitore perde di valore anche il contenuto, perde di valore anche la vita stessa, perdiamo di valore anche noi. Perdiamo, perché avevamo voglia di qualcosa di dolce ma non eravamo disposti a sostenere l’impegno che questo comporta.

Ufficio Stampa Insieme

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    …LASCIARE CIÒ CHE SI AMA

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    …LASCIARE CIÒ CHE SI AMA

    Perché è così difficile liberarsi da una dipendenza patologica? Liberarsi dall’eroina, dalla cocaina, dall’alcol, da un uomo che “amiamo” troppo, da una donna che ci fa impazzire, da una apparente insignificante sigaretta?

    MIMMO MAGGI - Lasciare ciò che si ama

    Perché non riusciamo a liberarci di un “oggetto” che ha vissuto a stretto contatto con noi, che ha vissuto “dentro” di noi per un lungo periodo di tempo? Essere lasciato da qualcosa o da qualcuno è meno doloroso che prendere una decisione rispetto a lasciare qualcosa o qualcuno/a che si “ama profondamente”.

    Sapere che lei, lui, o “la cosa”, sta lì a portata di mano e basta un niente per far sì che rientri nella nostra vita e sopperisca a quella dolorosa mancanza, a quel lutto apparentemente senza fondo, è dannatamente difficile.

    Diventa una impresa ardua, quasi impossibile. Un pensiero diventa granitico: come farò a sopravvivere senza di lei?

    La decisione, la forza, la volontà, la vita che ci dovrebbe spingere verso la vita e non verso “la cosa” è un flebile battito da cui ripartire, è come respirare in un ambiente piccolissimo dove c’è poca aria e non sai se riuscirai a sopravvivere con quel poco, pochissimo di ossigeno. Ma perché ci sentiamo così? Perché stiamo così male quando muore qualcuno, quando un amore ci lascia? e perché se pur sapendo che quell’amore ci fa male stiamo ancora peggio nel lasciarlo andar via?

    È così difficile perché decidere di lasciare un amore che si ama non è come essere lasciati da un amore che non ci ama più.

    Se è difficile sopravvivere ad un amore che ci abbandona, lasciare, allontanarsi da un qualcosa o da un qualcuno dove il peso della decisione spetta a noi diventa un’impresa quasi impossibile.

    Diventa impossibile lasciare andare “la cosa” sapendo che si porterà con se il “nostro senso della vita”, l’energia di quella vitalità che avevamo un tempo, l’aria che respiravamo, la possibilità dell’unione dell’uno, che si porterà con sé il mondo, perché quello che resterà saranno solo cocci, frantumi, pezzetti di carne sparpagliati senza senso e senza vita, da raccogliere e cercare di mettere insieme, pensando che sia stata la scelta migliore che uno possa aver partorito; abbandonare tutto ciò che “nutriva”la mia esistenza basandomi solo sul fatto che senza starò meglio. Starò. Starò? Starò!!!

    Questi sono gli “amori” che bruciano, che bruciano la vita, che bruciano la vita fino alla morte.

    Sono l’illusione marcia dell’altra metà platonica, sono il cibo che alimenta l’anoressica, sono le abbuffate bulimiche che portano al vomito della vita.

    Ogni separazione, piccola o grande che sia, implica un lutto, un lavoro altamente impegnativo. È come salire da un precipizio solo con la forza delle mani, aggrappandosi alle piccole sporgenze della parete, con la forza delle tue mani e dell’incontro con “altre mani” che il mondo ti offre.

    Ci vuole un tempo di lavoro lungo e doloroso. Non esiste una scalata rapida del precipizio. Questo lavoro è particolarmente doloroso perché la cosa amata si è portata via buona parte di noi, facendoci sentire completamente svuotati di energia e di vita. Solo la salita della parete e lo sforzo di tenerci aggrappati all’altro ci porterà a distanziarci sempre di più dal fondo del precipito. La missione è scalare il piano verticale della parete per arrivare al piano orizzontale della terra e ritrovare il fiato, il respiro, il battito del cuore che ci mancava. La forza che abbiamo sviluppato nella salita sarà la forza che ci salverà dalla “cosa”, perché attraverso lo sforzo dell’elaborazione del lutto è possibile recuperare quell’energia vitale che ci era stata portata via.

    In questa salita fatta di sudore e di dolore esiste un frammento di luce, una sporgenza divina, un segreto nascosto; esiste la conoscenza di noi stessi, la risposta alle nostre scelte.

    Esiste la pulsione vera della vita e la spinta di un desiderio di apertura al mondo per ricominciare a vivere di nuovo.

    Ufficio Stampa Insieme (Domenico Maggi)

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      Presentazione di “Un Giudice Ragazzino” di Salvatore Renna

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      L’Associazione Insieme Onlus vi invita Venerdì 15 Marzo, alle 17.30 presso l’Aula Borsellino in Viale del Basento 102, per la presentazione del libro di Salvatore Renna, “Un Giudice Ragazzino”, romanzo grafico ispirato al Magistrato Rosario Livatino, giudice attivo nella lotta alla mafia, assassinato dalla Stidda, organizzazione mafiosa siciliana.   presentazione libro giudice ragazzino fine stampa
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        PER FARE UN TAVOLO

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        Per Fare un Tavolo…

        Qualche giorno fa abbiamo ospitato a Potenza Città Sociale un gruppo di operatori stranieri che avevano aderito ad un progetto per lo scambio di prassi, modalità e cultura nel terzo settore. Sono rimasti molto colpiti da quante attività proponevamo. Si chiedevano come fossimo giunti all’idea di realizzare nuovi oggetti creativi, restaurare tavoli, produrre miele ed olio, che mettiamo in vendita per finanziare attività utili alla comunità stessa ed al reinserimento dei ragazzi nel tessuto sociale e lavorativo esterno. Mi sono così trovato a spiegare la filosofia che ci muove e che affianca il processo costruttivo di tutti i nostri prodotti, da quando piantiamo semi nelle esistenze rese desertiche dalle sostanze e dalle dipendenze a quando siamo contenti ed orgogliosi di raccogliere i frutti, per tornarne a piantare i semi, in un circolo virtuoso che autoalimenti la spinta alla vita che tentiamo costantemente di promuovere. Certo, un seme, da solo, non è mai abbastanza. L’Associazione Insieme, in effetti, è proprio come un organismo vivente: Ha radici saldamente ancorate ai valori di cui si fa portatrice, nella lotta e nella cura per la vita su vari livelli, dall’attenzione alla singola persona ed alla sua “scintilla” interna, fino ad arrivare all’ambiente, passando per i diritti di popolazioni intere; ha un fusto resistente, tenuto insieme dai nodi stretti ma flessibili di chi spende le sue competenze ed il suo impegno per permettere alla linfa di raggiungere la chioma; ed ha foglie e frutti che si irradiano dai rami avvolti fra loro a creare trame sempre diverse. Per fare un tavolo, o un vasetto di miele, però, un seme non è abbastanza, e i nostri ragazzi alla Fattoria Sociale “Le 3 Querce” lo sanno bene. Esso necessita della continua attenzione di un’acqua che offra materie prime e vitalità alla cellulosa, della costanza di un sole che riscaldi e doni luce per la fotosintesi, di spazio e tempo per proseguire nel suo percorso di crescita. Di un terreno fecondo, ricco di quei sali minerali che costituiscono l’ossatura della vita stessa. Quando piantammo la Fattoria Sociale, ma anche quando decidemmo di arare per far posto ai germogli del Centro SocioEducativo di Picerno Città Sociale, scegliemmo con cura di scavare proprio a Picerno. E la coltura attecchì. Molto spesso ci meravigliamo della tenacia e della potenza di uno stelo che sconfigge la forza di gravità, attraversa terra e fango, può arrivare perfino a spaccare il cemento per trovare una via che raggiunga l’aria, la luce, la libertà. Il miracolo della vita lo chiamano. Eppure poco ci si interroga comunemente sull’importanza dell’humus, della composizione chimica e fisica che permette a quel seme di sbocciare e cominciare la sua grande battaglia. Per noi, che vestiamo i panni dei contadini nella nostra Fattoria, invece, è fondamentale ringraziare quel terreno, un po’ come si faceva nei vecchi riti propiziatori dimenticati. Per di più, la terra che oggi vorremmo ringraziare ha un nome, e si chiama Picerno, che ha accolto il nostro piccolo innesto e gli ha dato una sede dove gemmare. È anche grazie agli abitanti di quei luoghi se tanto i ragazzi in fattoria, quanto quelli del CSE hanno potuto sentire di trovarsi a casa loro, senza il timore di schiudersi e di lasciare che i raggi cominciassero a penetrare all’interno del calice. Nei gruppi di camminata, nella partecipazione agli eventi organizzati, nelle feste di Paese, non c’è modo di distinguere i nostri ragazzi dagli altri cittadini. Questa è la forza più grande. Le storie di vita non costituiscono un recinto che separa, ma un impalcatura su cui i viticci della relazione si arrampicano e si ricongiungono, si cercano e si intrecciano, condividendo e moltiplicando la linfa vitale. In ciascuno dei nostri prodotti, dagli ortaggi ai funghi, dal miele all’olio, una volta raffinato il proprio palato, o il proprio olfatto, ci piace immaginare di poter avvertire un pezzo di Picerno, che rivive nella cura con cui la città tratta la Fattoria e, per osmosi, nelle piante in crescita. Per fare il nostro olio, o il nostro miele ci vuole il legno degli alberi fioriti dai semi che la gente su in paese custodisce nei campi della propria ospitalità. Per fare un tavolo ci vogliono le persone giuste. A Picerno le abbiamo trovate. Grazie.

        Ufficio Stampa Insieme

         
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          POTENZA SOTTO ASSEDIO

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          POTENZA SOTTO ASSEDIO

          In questi giorni Potenza è continuamente attraversata dal via-vai di macchine della polizia, dei carabinieri, della guardia di finanza. Controlli a tappeto in tutto il capoluogo, un grande dispiegamento di risorse umane ed energie. Non stupisce, dato l’aumento dello spaccio e del consumo di eroina degli ultimi tempi. Si abbassano i prezzi, si inaspriscono le sostanze, ed il commercio di droga è sostenuto anche da una manovalanza straniera, poco inserita nel tessuto sociale ed economico, profilo perfetto per le campagne di assunzione della malavita. All’altro capo del Paese c’è chi parla di annullare il principio della modica quantità, che in sostanza discrimina, in sede di giudizio, chi si macchia di crimini legati alla detenzione ed allo spaccio di stupefacenti in base ad una soglia di quantità di sostanza venduta. Chi transita nei contesti della droga, in parole povere, è un criminale dello stesso calibro, indipendentemente da quanta “roba” gli si trova addosso. Tutto questo è indice positivo di un aumento di interesse all’argomento. Ma a cosa porta il quadro attuale? O meglio, a cosa torna?

          Torniamo a più di venti anni fa, quando la dipendenza e l’abuso erano semplicemente devianze, un problema principalmente comportamentale; e a devianza si risponde con l’intransigenza della legge, la rigidità delle sbarre, la fermezza delle volanti. Un modello che ha come unica “arma” la regola, inviolabile e sacra muraglia a garanzia di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. A difesa della Porta Principale si erge il sistema di premi e punizioni, il quale, nella teoria, dando struttura solida a ciò che è carente e debole, ovvero la volontà del soggetto, rinforzerebbe la parte buona e giusta della persona e scardinerebbe ciò che è malato, marcio, deleterio.

          In un periodo in cui il dialogo e gli spazi-per-pensare sono messi da parte a favore del passaggio all’azione diretta, immediata, priva di sfumature, le soluzioni ad una problematica come l’uso e l’abuso di stupefacenti, con tutto ciò che gravita attorno, sembrano rispecchiare in pieno l’impostazione ideologica, culturale e politica attuale, che predilige il principio del “tutto o niente”, del “subito o mai”, del “criminale o brava persona”, senza mediazioni, senza le “inutili” zavorre della complessità. Più controllo al posto della sensibilità, quindi, più pattuglie invece di persone per supportare, più repressione ed occhi per vigilare invece di orecchie e cuori per ascoltare. Sotto l’assedio delle sostanze, in cui ci troviamo per una serie di fattori economici, sociali e geopolitici, tra aumento del disagio e crollo dei prezzi di produzione, il rischio è che l’unica risposta sia il compattarsi dietro un pensiero di pietra che, per difendere le proprie mura, lascia inaridire i campi fuori e dentro il recinto più intimo di ciascuno.

          Quando ci si chiude in difesa, tuttavia, contro questo nemico, ci si sta arrendendo alla sconfitta, si diventa passivi controllori di vite alla deriva. È un gioco a perdere, che ci solleva per un attimo dall’avvertire il disagio di una generazione che si droga di più e comincia a drogarsi più precocemente, anche in una città piccola come Potenza; un gioco che dà illusioni, grottescamente simile a ciò che ci si prefigge di combattere. Bisognerebbe invece giocare in attacco, porsi come agenti di cambiamento, accettare che il problema non è esclusivamente giuridico, ma manifestazione di una sofferenza più profonda, esito di una risposta rischiosa e spesso fatale agli eventi di un’intera esistenza. Sarebbe necessario insomma un cambio di strategia, che si avvalga della guida di chi sul territorio ci ha già vissuto e combattuto per anni, di chi si è speso nei contesti di cura reinserendo speranza, accompagnando la ripartenza di progetti di vita bloccati o gravemente danneggiati. Sostituire gli stendardi dell’irremovibilità con quelli di una com-prensione determinata, in campo aperto, ci proteggerebbe dal rischio di saccheggiare dall’interno il bene più prezioso: La persona umana, con le sue sfaccettature, i suoi errori, le sue difficoltà.

          Per sciogliere i nodi è più utile una mano che ne segue il filo di una lama affilata che lo taglia.

          Ufficio Stampa Insieme

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            I cancelli aperti di Potenza Città Sociale

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            I CANCELLI APERTI DI POTENZA CITTA’ SOCIALE

            La scorsa settimana il padre di uno dei nostri ragazzi si meravigliava del fatto che non ci fosse nessuno “a guardia” dei nostri cancelli. “Non sarebbe più sicuro”, mi ha chiesto, con un misto di disorientamento, incertezza ed una nota di preoccupazione “tenerli chiusi?” I cancelli di Potenza Città Sociale sono e sono stati sempre aperti. Più che una regola è una visione del mondo, della vita, dell’essere umano. È la nostra visione, il mantra alla base del modello che seguiamo, il faro che ci ha sempre guidati e che non abbiamo mai abbandonato, neanche di fronte ai timori delle istituzioni e degli enti attivi nel nostro stesso campo, abituati a contesti dove è la chiusura, l’irregimentazione, fatta di protettività e controllo punitivo, ciò che consente di combattere l’abuso di sostanze e le dipendenze, o almeno di contenere, se non di rinchiudere, i danni per l’individuo e la società. All’incirca dieci anni fa cominciammo a proporre una prospettiva diametralmente opposta, che vede nell’apertura al mondo esterno, alle relazioni, all’incontro, la chiave di volta del cambiamento interno dei nostri ragazzi, come dell’essere umano in tutte le sue declinazioni, dal singolo ai gruppi, fino alle società intere. I nostri cancelli rimangono aperti a difesa della libertà, perché non c’è guarigione né cura senza di essa, senza la possibilità di sbagliare, di farsi male, in parole povere di assumersi il rischio e quindi la responsabilità delle proprie scelte, della propria identità. La libertà, intesa in questo senso, è il contrario della dipendenza e della patologia. Sono Libero, quindi Sono. Questo non è un mero aforisma, ma un’idea forte alla base della costruzione di ogni nostra azione, a qualsiasi livello. È per questo che non abbiamo mai accettato affiliazioni, sudditanze, sottomissioni, e siamo ancora qui con lo stesso spirito, lo stesso principio. I nostri cancelli sono ancora aperti. Chiuderli non vorrebbe dire solo trattenere ciò che abbiamo affinché non esca dagli eventuali recinti rigidi, in un braccio di ferro tra la spinta alla vita che coltiviamo nelle nostre strutture e la spinta alla morte che caratterizza la fuga dal contesto di cura, ma anche e soprattutto tagliare via, simbolicamente, ed anche concretamente in qualche caso, le risorse che esistono sul territorio, una chiusura all’incontro con il mondo qui fuori, l’ennesima fuga dalla realtà. Siamo coscienti che ogni apertura è un rischio, ma sappiamo anche che diventa un pericolo solo se al di qua non c’è una struttura che regge, che “mantiene”, fatta proprio di quelle idee forti che cementificano l’identità di una persona, di un gruppo, come quella di un’intera comunità. Ecco allora il motivo per cui non abbiamo mai avuto paura a dialogare con l’esterno, che può o può non condividere la nostra direzione, le nostre stesse convinzioni, i nostri stessi obiettivi. Non ci spaventa la prospettiva di confrontarci, anche con la spinta alla morte, ed utilizzare quell’energia in funzione della vita. Libertà non è poter sopravvivere da soli, ma mantenere la propria integrità nell’in-contro con l’altro. I cancelli di Potenza Città Sociale, insomma, rimangono aperti perché una tempesta trova sempre spiragli da cui passare, ed è nella tempesta che si impara a navigare. L’ossigeno, la luce e, con essi, la vita, invece hanno bisogno di fessure ben studiate, sia per entrare che, soprattutto, per poter uscire. Laddove la chiusura nutre il buio, l’apertura è la risposta naturale della crescita.

            UFFICIO STAMPA INSIEME

            (Fabio Stefanelli)

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              “IL MONDO STA IMPAZZENDO”

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              IL MONDO STA IMPAZZENDO

              Non è la citazione di qualche nuovo film distopico ricolmo di effetti speciali; non è l’esclamazione melodrammatica di un disilluso che legge i giornali o anche solo i titoli, ascolta le notizie o che semplicemente si guarda intorno, per quanto la conclusione sarebbe estremamente simile, in modo inquietante; né tantomeno l’urlo di battaglia del politico di turno che spera di attingere voti dall’elettorato più facile, quello degli scontenti. No.

              È tutto reale, nessuna esagerazione né ideologismo. È il succo dell’affermazione di chi di pazzia se ne intende. Stiamo parlando di Devora Kestel, il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’agenzia dell’ONU che si occupa di salute e benessere. Secondo le ricerche recenti, infatti, la depressione è in aumento, di pari passo con l’abuso di sostanze e i tentativi di suicidio. Ogni giorno siamo più patologicamente tristi, ma il dato davvero preoccupante è che lo siamo più precocemente, e per più tempo.

              Cominciamo da più giovani e lo siamo più a lungo nella vecchiaia. La vita, insomma, si è allungata, il progresso scientifico fa balzi da capogiro, stiamo escogitando come affrontare l’universo aperto, inventandoci vele spaziali che navigano a velocità sempre più fotoniche, ma pare che il terreno conquistato lì su, lo stiamo perdendo qui sul pianeta terra, dentro di noi, dove le ombre, nel lento divenire del quotidiano, sono più grandi e grottesche che mai.

              Nessuna notizia dalla NASA su una qualche sonda che ci aiuti ad analizzare rocce e polveri dell’interiorità, anzi, dai dati pare che la ricerca di modi che ce ne allontanano, attraverso sostanze, dipendenze e altre strategie più o meno coscienti, sia in continuo fermento. È uno dei tanti paradossi dell’era moderna. La civiltà si racconta come orientata al successo attraverso i sorrisi nei manifesti ed alla TV, mentre i demoni dietro le luci al neon ci narrano una storia diversa.

              È una storia che parla di morte e desolazione, per di più in una società in cui di morte è proibito parlare. È una parola bandita dal vocabolario, un tabù della tribù ultramoderna, perché ne viola e minaccia i presupposti. Ci ricorda della fragilità in un contesto in cui la potenza ed il potere sono parole d’ordine, ci ricorda della brevità in un’epoca che tende all’infinito, della sofferenza in un quadro di overdose di ottimismo, dell’impotenza, del limite, dell’umanità quando ci preferiremmo divinità.

              Così si muore, ma lentamente, magari nascondendo i segni della necrosi in atto, spesso addirittura proprio nel tentativo di curarsi da quel senso di morte che aleggia come una nube di smog sull’imponente grattacielo del “tutto è possibile, ed anche subito”; ci si allontana dalla vita pezzo dopo pezzo, buco dopo buco, o all’improvviso, in un incidente stradale come molti giovani, quasi a voler avere la possibilità di dare la colpa ad un infausto destino.

              E se fisicamente non si muore, che si anestetizzi il vuoto interno, il lutto incolmabile dell’anima, o che venga riempito di movimento ciò che, intimamente, è fermo, immobile, esanime. Internet, cellulari, frenesia, connessione continua. Tutto pur di non sentire, di non ascoltarsi, mentre il tessuto sfilacciato della comunità non offre reti di contenimento, di attutimento della caduta di valori, certezze, punti di riferimento sociali, politici e culturali.

              Il “mal du siécle”, che a pensarci si riferiva al secolo scorso, ma che a quanto pare ci siamo portati oltre la soglia del 2000, prolifera ancora, spesso non visto, nei vicoli della società attuale, attecchendo fra le maglie delle coordinate spazio-temporali appena espresse e le storie personali, peculiari, irripetibili di ognuno.

              Nel suo replicarsi, mutare nelle forme, sempre comunque legate a tutto ciò che riguarda l’autodistruzione del singolo e dei gruppi, ci segnala un concetto importante, una lezione di vita se vogliamo. Ci invita, cioè, a spostare ogni tanto gli occhi dalla luna, e ad osservare il dito e chi indica. Probabilmente non ci aiuterà a conoscere nuove forme di vita extraterrestre, ma ci terrà in contatto con noi stessi, e a sentirci un po’ meno vuoti, un po’ più sani di mente, un po’ meno alieni.

              Ufficio Stampa Insieme

              Ph. I tamburi dei briganti

               
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                MALALA

                Malala Premio Nobel per la Pace, vittima di un attacco dei talebani e sopravvissuta a una ferita di arma da fuoco. Nel proprio Paese è considerata la più grande sostenitrice dell’istruzione femminile.   ok
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                  Informativa alla Legge 124/2017

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                  La legge 124/2017 (legge annuale per il mercato e la concorrenza) ha introdotto una nuova previsione per dare maggiore trasparenza alla destinazione delle risorse pubbliche. Ha introdotto l’obbligo, a carico dei soggetti privati (tra cui le ONLUS) di pubblicare, sui propri portali digitali o siti, le informazioni relative a sovvenzioni, contributi, incarichi retribuiti e comunque a vantaggi economici di qualunque genere incassati nell’anno 2018, superiori ai 10.00,00 euro.

                  Simbolo PDFLEGGE 124-2017

                   

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                    EQUIPE


                    MARIAELENA BENCIVENGA

                    MARIAELENA BENCIVENGA

                    Presidente
                    DOMENICO MAGGI

                    DOMENICO MAGGI

                    Direttore C.P.I.
                    ANGELA BARAGLIA

                    ANGELA BARAGLIA

                    Operatore
                    CARMEN FUSCO

                    CARMEN FUSCO

                    Vice Direttore
                    DOMENICO MAROSCIA

                    DOMENICO MAROSCIA

                    Medico Chirurgo
                    MARIA LUCIA NOLE'

                    MARIA LUCIA NOLE'

                    Psicologa
                    PIERO GAROFOLI

                    PIERO GAROFOLI

                    Operatore
                    GIANLUCA GUIDA

                    GIANLUCA GUIDA

                    Operatore
                    SABATO ALVINO

                    SABATO ALVINO

                    Psicologo
                    AMEDEO SALVIA

                    AMEDEO SALVIA

                    Operatore
                    FABRIZIO CERBASI

                    FABRIZIO CERBASI

                    Psicologo
                    LETIZIA TOMASIELLO

                    LETIZIA TOMASIELLO

                    Sociologa
                    GIOVANNI PICCINOCCHI

                    GIOVANNI PICCINOCCHI

                    Operatore
                    VINCENZO PIGNONE

                    VINCENZO PIGNONE

                    Operatore
                    FLAVIA SALVIA

                    FLAVIA SALVIA

                    Resp. Amministrazione
                    ANDREA BARRA

                    ANDREA BARRA

                    Psichiatra
                    FRANCESCA LUCIBELLO

                    FRANCESCA LUCIBELLO

                    Psicologa
                    LETIZIA MARTINELLI

                    LETIZIA MARTINELLI

                    Resp. Segretaria
                    FELICIANA FARENGA

                    FELICIANA FARENGA

                    Educatore
                    LAURA LA TORRE

                    LAURA LA TORRE

                    Operatore
                    FABIO STEFANELLI

                    FABIO STEFANELLI

                    Psicologo
                    GIANNOFRIO MASESSA

                    GIANNOFRIO MASESSA

                    Psichiatra
                    Giovanna Nolè

                    Giovanna Nolè

                    Psicologa
                    Adamo Pace

                    Adamo Pace

                    Operatore
                    Indirizzo:
                    viale del basento, 102
                    85100 Potenza (PZ)
                    Telefono:
                    0971.601056 – 0971.1800833
                    Fax:
                    0971.506444
                    Cellulare:
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