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BANDO DI SELEZIONE 2019 PER I VOLONTARI DEL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE

Fra gli allegati troverete i calendari per le selezioni relative ai diversi progetti di Servizio Civile.

BANDO DI SELEZIONE 2019 PER I VOLONTARI DEL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE

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È stato pubblicato il bando per la selezione dei volontari dei progetti servizio civile nazionale presentati all’UNSC a gennaio 2019. Gli aspiranti operatori volontari dovranno presentare la domanda di partecipazione esclusivamente attraverso la piattaforma Domande on Line (DOL) raggiungibile tramite PC, tablet e smartphone all’indirizzo:

https://domandaonline.serviziocivile.it

Le domande di partecipazione devono essere presentate entro e non oltre le ore 14.00 del 10 ottobre 2019. INSIEME per il sociale L’Associazione Insieme ONLUS e la Fattoria Sociale “Le Tre Querce” della Cooperativa Sociale L’Aquilone Insieme ONLUS aderendo alla rete del CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza) hanno presentato, nell’ambito del Servizio Civile Nazionale, i progetti: “La droga c’è: imparo a gestirla” (rivolto a 4 volontari) avente l’obiettivo di Sviluppare un modello di promozione di capacità di autoregolazione nell’utilizzo di sostanze, prevenendo l’insorgenza o la ricaduta nella dipendenza – Sviluppare nei tossicodipendenti o in chi è a rischio tossicodipendenza: o Competenze per il riconoscimento dei segnali deboli della perdita di controllo o Competenze per il riconoscimento delle condizioni che agiscono nella perdita di controllo o Competenze per lo sviluppo di strategie attive di autoregolazione o Reti relazionali di sostegno nella gestione del rapporto con le sostanze che tuteli dalla dipendenza – Definire e validare un primo prototipo di intervento per promuovere capacità di autoregolazione in chi utilizza sostanza – Sviluppare una consapevolezza nelle comunità rispetto al fenomeno della dipendenza e ai suoi indicatori, oltre che alle possibili risposte preventive – Realizzare, perfezionare e validare un modello di intervento trasferibile in altri contesti – Diffondere il modello e promuoverne l’integrazione nelle politiche educative e sociali e “Eti-cultura” (rivolto a 2 volontari) avente l’obiettivo di Sviluppare e diffondere un modello di marketing specifico per le realtà di agricoltura sociale, favorendo un incremento di vendite e la creazione di nuove relazioni con la comunità – Sviluppare nei soci lavoratori competenze: o Per riconoscere le potenzialità e gli aspetti critici del proprio tradizionale modello di promozione; o Per avviare e realizzare azioni di comunicazione specifiche, volte alla diffusione dei prodotti; o Per sviluppare e gestire una rete di clienti fiduciari. – Progettare e realizzare un piano di comunicazione (denominato “Valore sociale”) e di diffusione dei prodotti delle realtà di agricoltura sociale coinvolte. – Modellizzare e diffondere un prototipo di promozione dell’agricoltura sociale. – Aumentare la conoscenza da parte di potenziali clienti, del valore solidaristico delle pratiche di agricoltura sociale. – Aumentare i clienti, sia in termini numerici, sia in termini di acquisto. – Aumentare la fidelizzazione dei clienti (acquisti reiterati e abituali). – Sviluppare una consapevolezza nelle comunità rispetto alla dimensione etica della agricoltura sociale. – Diffondere il modello e promuoverne l’integrazione nelle politiche sociali. Aderire ad uno dei progetti significa compiere un’esperienza di cittadinanza attiva, impegnandosi nei settori della marginalità, ma anche della promozione del benessere sociale. Significa crescere, imparare a lavorare in gruppo, a realizzare un progetto di aiuto, a confrontarsi con i problemi e le difficoltà sociali. Il servizio civile, rivolto a 6 (sei) volontari, verrà svolto presso l’Associazione Insieme nella sede di Potenza in viale del Basento 102 e presso la Fattoria Sociale “Le Tre Querce” sita in Picerno (PZ) in Strada Picerno-Baragiano.

Il servizio civile offrirà un’esperienza formativa e di crescita personale. Si tratta di un’occasione per sperimentarsi e per rafforzare le proprie competenze tecnico/professionali rispetto all’ambito del progetto.

Di seguito tutte le informazioni utili per inviare la propria candidatura.

Per accedere ai servizi di compilazione e presentazione domanda sulla piattaforma DOL occorre essere riconosciuto dal sistema, che può avvenire in due modalità:

Per accedere ai servizi di compilazione e presentazione domanda sulla piattaforma DOL occorre essere riconosciuto dal sistema, che può avvenire in due modalità: 1. I cittadini italiani residenti in Italia o all’estero e i cittadini di Paesi extra Unione Europea regolarmente soggiornanti in Italia possono accedervi esclusivamente con SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale. Sul sito dell’Agenzia per l’Italia Digitale agid.gov.it/it/piattaforme/spid sono disponibili tutte le informazioni su cosa è SPID, quali servizi offre e come si richiede. 2. I cittadini appartenenti ad un Paese dell’Unione Europea diverso dall’Italia o a Svizzera, Islanda, Norvegia e Liechtenstein, che ancora non possono disporre dello SPID, e i cittadini di Paesi extra Unione Europea in attesa di rilascio di permesso di soggiorno, possono accedere ai servizi della piattaforma DOL previa richiesta di apposite credenziali al Dipartimento, secondo una procedura disponibile sulla home page della piattaforma stessa.

Importante: Possono presentare domanda i giovani senza distinzione di sesso che, alla data di presentazione della domanda, abbiano compiuto i 18 e non superato i 28 anni di età (28 anni e 364 giorni) e siano in possesso dei seguenti requisiti: • cittadini italiani oppure • cittadini degli altri Paesi dell’Unione europea oppure • cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti; non aver riportato condanna anche non definitiva alla pena della reclusione superiore ad un anno per delitto non colposo ovvero ad una pena della reclusione anche di entità inferiore per un delitto contro la persona o concernente detenzione, uso, porto, trasporto, importazione o esportazione illecita di armi o materie esplodenti, ovvero per delitti riguardanti l’appartenenza o il favoreggiamento a gruppi eversivi, terroristici o di criminalità organizzata. Non costituiscono cause ostative alla presentazione della domanda di servizio civile: aver interrotto il servizio civile nazionale a conclusione di un procedimento sanzionatorio a carico dell’ente originato da segnalazione dei volontari; aver già svolto il servizio civile nell’ambito del programma europeo “Garanzia Giovani” e nell’ambito del progetto sperimentale europeo IVO4ALL. I volontari impegnati, nel periodo di vigenza del presente bando, nei progetti per l’attuazione del Programma europeo Garanzia Giovani possono presentare domanda ma, qualora fossero selezionati come idonei, potranno iniziare il servizio civile solo a condizione che si sia intanto naturalmente conclusa – secondo i tempi previsti e non a causa di interruzione da parte del giovane – l’esperienza di Garanzia Giovani.

Per qualsiasi informazione è inoltre possibile rivolgersi presso la sede in Viale del Basento n. 102, Potenza – tel. 0971601056.

IN ALLEGATO I PROGETTI

pdf-icon-png-pdf-zum-download-2La droga c’è imparo a gestirla

pdf-icon-png-pdf-zum-download-2Eti-cultura 

pdf-icon-png-pdf-zum-download-2Calendario selezioni “La droga c’è imparo a gestirla” – Associazione Insieme

pdf-icon-png-pdf-zum-download-2Calendario selezioni “La droga c’è imparo a gestirla” – Fattoria Sociale “Le 3 Querce”

pdf-icon-png-pdf-zum-download-2Calendario selezioni “Eti-Cultura”

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Niente di nuovo sul fronte libico?

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE LIBICO?

Khalifa Abo Khraisse a Potenza per parlare della “Questione Libica”

tripoliIeri sera il Ce.St.Ri.M. ha ospitato Khalifa Abo Khraisse, regista e sceneggiatore libico, corrispondente dalla Libia per l’Internazionale, noto settimanale di informazione, per un evento dal titolo eloquente: “Cosa sta succedendo in Libia?” È vero, tutti ormai abbiamo il nome “Libia” stampato nella mente. Rappresenta il punto iniziale di un segmento che collega i flussi migratori alle nostre coste, e non c’è bisogno di dire quanto ne abbiamo piene le orecchie di notizie sull’immigrazione e sui migranti. Khalifa, anche con una straordinaria ironia, ci permette però di zoomare sul grande indefinito punto nero di quel Paese, sulle dinamiche geopolitiche che contrappongono Serraj, attuale presidente riconosciuto dall’ONU come legittimo reggente dello Stato e Haftar, generale che guida l’assedio a Tripoli, cuore e capitale della Nazione. Si parla di mosse politiche, certo, degli schieramenti che si contendono il potere e il diritto a guidare lo Stato, dei forti interessi economici che riguardano la distribuzione delle risorse, principalmente petrolifere, verso il nord-ovest del mondo, ma il focus non è né sugli scettri nè sulle monete. Khalifa si concentra sul popolo e ci racconta di come la questione libica sia come la sua prima esperienza dal barbiere in Italia. Quest’ultimo gli aveva assicurato di saper parlare bene l’inglese, ma alla sua richiesta di dare “giusto una spuntatina” aveva falciato alla base i capelli con la macchinetta. Allo stesso modo le potenze, interne ed esterne, sostengono di conoscere la Libia, ma il suo popolo rimane tutt’oggi inascoltato, invisibile, inesistente. Nessuno si preoccupa per loro. L’Occidente è troppo impegnato a condurre una trattativa che va avanti dai tempi di Gheddafi, immodificata nonostante cambino nomi e volti: Quanti galloni di petrolio si possono portare ad Ovest? A quanto? Quanti migranti potete trattenere nel frattempo? A quanto? La conoscenza che abbiamo della Libia si ferma al numero di barili fratto, o moltiplicato, a seconda del colore politico, il numero di persone che non vengono a tediarci con la paura, con la guerra, con la povertà da questo lato della barricata. L’informazione comandata, sia essa filo-Serraj o filo-Haftar, che non fa trapelare nulla delle reali condizioni dei Centri di Detenzione del Paese, è perfettamente adeguata allo scopo. In questo modo le questioni migratorie offuscano un reale dibattito sul senso della guerra, e il gioco dei troni versione nord-Africa offusca le questioni umanitarie. È un gioco delle tre carte in cui, come sempre, vince il banco, in cui, come sempre, ciò che vediamo è sempre almeno un terzo di ciò che succede sull’altra faccia della medaglia. Mentre le Nazioni Unite, che come primo scopo, nella loro mission, hanno la promozione della pace, sovvenzionano la guerra, Italia compresa, qui nel Grande Stivale dibattiamo sulla chiusura e/o sulla sicurezza dei porti.

“Non ci interessa, in sostanza, di cosa stia succedendo in Libia, caro Khalifa. Tu, povero illuso, che hai accettato di essere relatore in un incontro ancor prima di sapere dove fosse stato organizzato, devi fartene una ragione: in occidente siamo un popolo di barbieri che parla solo attraverso frazioni o prodotti. La tua lingua non la capiamo o non ci interessa capirla. Mi dispiace, ma dovrai tornare indietro, per di più con un orrendo taglio di capelli.” E tu? Sottoscrivi o comprendi quanto quello che sta succedendo in Libia ci riguarda da molto vicino?

Ufficio Stampa Insieme
Fabio Stefanelli

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Quale “soluzione” per Quale risultato – un approccio lessicale e matematico

QUALE “SOLUZIONE” PER QUALE RISULTATO

Capitolo 1 – Un approccio lessicale e matematico

big-brotherGUERRA è Pace
Sicurezza è CONTROLLO
IGNORANZA è Forza

In questi ultimi mesi molto si sta parlando di Sicurezza. Ci troviamo di fronte a binomi sempre più inscindibili: Italia Sicura, Case Sicure, Scuole Sicure. Tutto molto giusto. Questo, dal punto di vista pratico, in ogni caso, si è tradotto e si sta traducendo in più controlli, più telecamere, più rigore. La linea politica e sociale è chiara e lineare: di fronte alla Paura si risponde con il Controllo. Certo, se ci si potesse soffermare, in questa ansiosa frenesia, ci si accorgerebbe che Sicurezza e Controllo non sono neanche lontanamente sinonimi, da nessun punto di vista, neanche da quello puramente lessicale. Anzi, il Controllo è compagno dell’Insicurezza, che guarda caso è proprio l’esatto contrario di Sicurezza. Siamo Insicuri, che ridotto ai minimi termini vuol dire che abbiamo poca fiducia. Sostituendo quest’espressione ai termini iniziali, il risultato è che abbiamo poca fiducia nell’Italia come “casa accogliente”, poca fiducia nelle forze dell’ordine a protezione delle nostre case, poca o nulla fiducia negli insegnanti e negli alunni, torturatori o spacciatori. La nostra risposta rimane comunque il Controllo.

Tagliare + Soffocare x Solitudine. Tagliare l’accoglienza, rendendo possibile solo quella che bada esclusivamente al guadagno; Soffocare la libertà, aggiungendo telecamere e cani laddove c’è violenza e droga, anche nella scuola; legalizzare la Solitudine. Siamo soli. Dobbiamo proteggerci da soli, vedercela da soli, crescere da soli. Se l’unione fa la forza, la solitudine ci rende vulnerabili. Insicuri appunto.
+ Controllo = + Insicurezza → + Insicurezza = + Controllo.
Stiamo promuovendo un’Italia InSicura, delle Case InSicure, delle Scuole InSicure. Voi che ne pensate, siete “sicuri” che il Controllo sia l’unica via verso la Sicurezza? L’ardua sentenza non spetta ai posteri, ma a noi tutti. Oggi.

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Casa dei diritti si traduce in inglese per Picerno, Capitale dei Diritti dei più deboli

CASA DEI DIRITTI SI TRADUCE IN INGLESE PER PICERNO, CAPITALE DEI DIRITTI

WhatsApp Image 2019-04-12 at 11.17.47In questi giorni, nell’ambito dell’iniziativa Capitale per un giorno, in cui Picerno è diventata Capitale dei diritti dei più deboli, Casa dei Diritti ha ospitato il Vito Marcantonio Forum da New York. Il percorso interattivo sulla Costituzione e la Giustizia si è rivestito di internazionalità dialogando in inglese con chi, dall’altro lato del mondo, non ha dimenticato le proprie radici. ___Quando si parla di Idee, di Valori condivisi, si parla la stessa lingua, anche se con due idiomi diversi. E con Vito Marcantonio, originario di Picerno, avremmo parlato la lingua di chi si schiera sempre dalla parte dei più deboli, degli esclusi, degli ultimi. Dei Diritti. Perchè Diritto vuol dire Giustizia. Non c’è l’uno senza l’altra e viceversa.WhatsApp Image 2019-04-12 at 11.14.02 ___Casa dei Diritti, l’esposizione permanente a Picerno Città Sociale, incarna appieno questa filosofia, e si propone come presidio per la memoria e la riflessione in un viaggio che parte dalla fine del nazifascismo ed alla faticosa, rapida e grandiosa opera della costituzione e della giustizia italiana ed approda laddove quella giustizia è stata difesa a caro prezzo, laddove quella costituzione è stata protetta a costo della vita dalla prevaricazione dei pochi. I volti e le sagome dei “Titani” della lotta alla malavita organizzata ci guidano, attraverso le installazioni creative, nella comprensione della Mafia che, nonostante abbia, in quanto fenomeno umano, un inizio ed una fine, è ancora viva ed in piena attività, lavorando in modo più nascosto, meno appariscente, dietro le distrazioni socio-politiche attuali.

    In un periodo in cui i Diritti non fanno più audience, Casa dei Diritti resta aperta, pur se poco conosciuta e sfruttata sul territorio locale, per le scuole ed i cittadini, per rifondare la cultura della Giustizia sopra quella della Legalità, del Desiderio sopra quella del Dovere, della Libertà sopra quella della sua illusione.

Per saperne di più su Casa dei diritti clicca qui
Vuoi sapere chi era Vito Marcantonio? clicca qui

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Il round contro il vuoto

IL ROUND CONTRO IL VUOTO
Da Million Dollar Baby alla Comunità Terapeutico-Riabilitativa

“Ognuno di noi è portatore di una mancanza da quando nasce.”

Caspar David Friedrich - Il viandante sul mare di nebbia - Hamburger Kunsthaal, Amburgo
Caspar David Friedrich – Il viandante sul mare di nebbia – Hamburger Kunsthaal, Amburgoclicca sull’immagine per saperne di più

È da qui che prosegue il viaggio tematico dei ragazzi nel “gruppo del Martedì”, una serie di incontri condotti dal direttore della Comunità, Mimmo Maggi, per portare la riflessione ad un livello diverso, più colloquiale, più umanistico, se vogliamo, rispetto alle altre attività svolte a Potenza Città Sociale. L’obiettivo è offrire agli ospiti l’opportunità di incuriosirsi di ciò che vedono e vivono, allenarsi al pensiero che connette, che collega l’esperienza quotidiana, che spesso scivola via lungo la frenesia di tutti i giorni, con la capacità di scendere nel profondo, nell’essenza delle cose, di sé stessi. Non è un gruppo terapeutico, ribadisce il direttore, non si entra nelle storie di ciascuno, non ci sono regole o setting pre-impostati. Gli unici requisiti sono il desiderio di ascoltare, di riflettere e, conseguentemente, la presenza fisica e “spirituale”. È necessario accogliere ed elaborare, fare propri concetti talvolta complessi ed usarli all’interno del proprio percorso personale, nel modo in cui si ritiene possibile.

Si parte da spunti apparentemente superficiali, come una frase, un passo della Bibbia, un film, e si approfondiscono alcuni aspetti, si rimescolano, si arricchiscono con parallelismi ed analogie. Oggi si partiva da Million Dollar Baby, il film di Clint Eastwood, che interpreta anche uno dei personaggi principali, con Hilary Swank e Morgan Freeman.

L’ambientazione principale è una polverosa palestra di periferia, di quelle consumate dal tempo e dall’utilizzo, che non danno l’idea di grandi pretese né aspettative. La gestisce Frankie-Eastwood, ex pugile, ora allenatore e manager, insieme a Scrap-Freeman che si prende cura della palestra, ex allievo di Frankie nonché suo unico amico, cieco da un occhio in seguito ad un incontro andato particolarmente male. Million Dollar BabyUn giorno si presenta da loro Maggie-Swank, che insiste a lungo per poter essere allenata da Frank, nonostante abbia già 32 anni. Oltre ad essere un’età avanzata per cominciare a fare boxe, probabilmente è anche molto vicina a quella della figlia di Frankie, una donna di cui conosciamo solo l’avversione per le lettere che il padre le scrive con costanza, lettere che tuttavia tornano sempre indietro, mai aperte. Quando finalmente l’anziano allenatore si decide ad accogliere la giovane donna, la sottopone ad allenamenti duri ed estenuanti, che Maggie utilizzerà, insieme alla sua forza di volontà, per vincere diversi incontri, fino a gareggiare per il titolo mondiale.

È chiaro come il tema del vuoto attraversi l’intero film, ad esempio nella mancanza di una famiglia affettuosa per Maggie o nella lontananza della figlia per Frankie, uomo indurito e pieno di dubbi. È proprio su tale mancanza, tuttavia, che avviene l’incontro tra di loro. È a partire da quel vuoto che Maggie diventa “il mio tesoro” per Frankie. La giovane donna cerca un’appartenenza, una scintilla che rianimi il fuoco spento dal non essersi mai sentita amata nella sua famiglia, l’anziano burbero cerca un riscatto, una persona da proteggere e promuovere, per sanare la ferita aperta dalla rottura della relazione con una figlia, o il suo fantasma. È solo attraverso l’impegno reciproco che riescono a risollevarsi e, sostenuti anche da Scrap, a lottare per il titolo mondiale. Il prezzo da pagare sarà alto, e porterà Frankie a pentirsi di aver assecondato il desiderio di gareggiare della ragazza. Sarà Scrap a rincuorarlo, portandolo a riflettere su quanto, al di là dell’esito, le abbia offerto la possibilità di raggiungere il suo sogno più grande, di colmare la mancanza che si portava dietro.

Million Dollar Baby parla, in fondo, anche degli ospiti della comunità, anzi, di tutti noi. Nel momento stesso in cui usciamo dalla pancia di nostra madre ci separiamo per sempre dalla completezza, dalla perfezione, e veniamo messi di fronte al limite, alla mancanza. Ciascuno di noi, nessuno escluso, è chiamato nel corso della propria vita a fare i conti con quel pezzo che ci manca. È proprio la mancanza che ci spinge a dare un senso alla nostra vita, a costruire una vita piena. Quando, però, c’è una difficoltà ad alimentare la scintilla di vita quella stessa mancanza si trasforma in un vuoto incolmabile, un’angoscia che bisogna a tutti i costi riempire. Talvolta con la relazione con una persona, talvolta con particolari attività, talvolta con le sostanza, che illudono di raggiungere quella situazione idilliaca del grembo materno brutalmente preclusa. Il piacere diventa allora godimento senza limite.

Il Padre è posto a guardia di tutto questo. Non “Padre” inteso come genitore di sesso maschile, ma come modello, come funzione. Padre è tutto ciò che simbolicamente rimanda alla figura che taglia il cordone ombelicale che ci lega al materno, a quelle fantasie di fusione. Padre è Frankie, che aiuta Maggie a tagliare il filo con la sua storia di sofferenza, di cui si era nutrita fino all’incontro con l’ex-pugile; è ciò che ci strappa via dalle protesi che abbiamo costruito per avere l’illusione di poter riacquistare la completezza, la perfezione quando e come vogliamo. Tutto e subito. Padre significa “Legge”, che nulla ha a che fare con il senso giuridico del termine. Si parla di una Legge interna, “intrinseca” dell’umanità che, se tende a scomparire in quel Grembo Materno, fatto di onnipotenza, di Follia nella sua accezione più profonda di “condizione in cui tutto diviene possibile”, viene rappresentata dall’Uomo portatore del limite, della realtà. E con essi dei valori per potervi far fronte. È interiorizzando il Padre, la “Legge”, con la fatica di un pugile che si allena, che siamo in grado di superare il nostro sogno originario di colmare il vuoto e di diventare ciò che siamo e che potremmo essere proprio attraverso la mancanza. È il piacere che coesiste e si colloca nella Legge, nella “Parola del padre” che ci permette di coltivare il desiderio di vita e di “innamorarci del limite”, abbandonare cioè la fantasia di onnipotenza, di onniscienza, in favore di ciò che possiamo e vogliamo essere.

Il problema della “dipendenza”, da questa prospettiva, non è la Morte. Si può morire anche semplicemente inciampando e finendo con la testa contro uno sgabello, per quanto le sostanze in particolare ne aumentino il rischio. Il problema della dipendenza è l’inesistenza della Vita, rifugiarsi nel pubblico, spettatori della propria esistenza, invece di combattere sul ring; nascondersi nella pancia della mamma invece di fare i conti con le proprie ferite, i propri limiti, i propri vuoti. Arrendersi.

La Comunità, fatta dai terapeuti, dagli operatori, ma anche dagli altri ospiti, si assume la responsabilità di essere Frankie e Scrap allo stesso tempo. È Frankie nel momento in cui tende alla Maggie della situazione una mano per incoraggiarla ad incanalare la scintilla di vita sopita dai vuoti vissuti, ma è anche Scrap, nel momento in cui si prende cura dei luoghi e delle persone, del funzionamento della palestra più difficile, quella della vita. La Comunità permette di fare uso di un Padre per ingerirlo al proprio interno e portarlo con sé una volta fuori dai cancelli. Alla base, tuttavia, c’è l’impegno e la fame di vita di Maggie, dell’ospite. Può accadere che oltre i confini della “Città Sociale” qualcuno muoia, questo lo si mette in conto. Ma chiunque muore, muore da guerriero, da lottatore. Muore da combattente, dopo essersi allenato in Comunità per inseguire il proprio Sogno. La sconfitta è una vittoria, molto più di quanto non lo sia una resa.

Ufficio Stampa Insieme

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Bisogna essere Maschilisti

BISOGNA ESSERE MASCHILISTI

Domenica a Verona si è concluso il congresso organizzato dai movimenti per la famiglia tradizionale. Un evento che, tra le critiche ed i cortei di protesta, aveva all’ordine del giorno la necessità di affrontare temi delicati come il divorzio, l’aborto, la denatalità e le unioni civili, con particolare riferimento ad individui dello stesso sesso. Gli esponenti politici di quella che viene definita destra hanno non solo partecipato, ma ne hanno anche fortemente promosso i presupposti di base. Gli oppositori, invece, hanno tacciato l’iniziativa come medievale ed anacronistica.

È uno scandalo che al giorno d’oggi si parli di famiglia tradizionale? Nient’affatto, anzi, semmai il contrario, almeno dal mio punto di vista.

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Ai confini meridionali di Potenza Città Sociale, a ridosso delle sponde del Basento, sorge la Panchina Rossa che Giovedì scorso abbiamo eretto a conclusione di un evento che aveva l’obiettivo di aprire una riflessione sulle vittime della violenza di genere. Siamo stati in tanti a soffermarci sulle disparità, sulle iniquità, sui delitti legati al genere sessuale. Uomini che odiano le donne principalmente. Abbiamo a lungo parlato delle radici della violenza, partendo da Aristofane e le sue metà della mela per arrivare ad un’ipotetica corsa dei cento metri tra uomini e donne, in cui queste ultime, alla partenza, hanno ostacoli sociali che, pur se di solito “trasparenti”, di fatto, le pongono in una situazione di svantaggio, preannunciandone l’inevitabile sconfitta. Abbiamo cercato, nel breve tempo a disposizione, di tratteggiare l’argomento sotto diversi punti di vista, da quello prettamente giuridico e legale, avvalendoci del contributo della Polizia di Stato che ci ha mostrato le campagne di sensibilizzazione contro la violenza di genere e ci ha illustrato le procedure che si attivano nel momento in cui una vittima contatta le Forze dell’Ordine, a quello psicologico, affrontando più nello specifico le radici dinamiche e culturali dell’oggettualizzazione del corpo della donna, cristallizzazione di un approccio che tende a relegarla alla sola funzione sessuale e a contrastare le spinte alla sua emancipazione, negando talvolta le conquiste degli ultimi sessant’anni.

Il retaggio ultra-conservatore alla base di questa “concezione maschilista” è esattamente l’elemento che i detrattori del Congresso sulla famiglia, organizzato nella città di Romeo e Giulietta, che di famiglia e conflitti sono, almeno da un punto di vista letterario, esperti, hanno criticato, rendendolo simbolo della loro aperta protesta. I due eventi, apparentemente, sono inconciliabili. Uno punta all’evoluzione, al cambiamento, allo stravolgimento dei tradizionali ruoli familiari, fucina delle mentalità alla base dell’analisi egemone sulla violenza di genere, l’altro considera l’allontanamento da forme e modalità tradizionali come un enorme pericolo, che i fautori suppongono alla base della forte degenerazione morale, valoriale e sociale cronologicamente successiva al periodo delle intense battaglie culturali, fra le quali si collocano anche quelle femministe, che di fatto hanno posto le basi per i grandi “sconvolgimenti” nella struttura familiare. La guerra pare assicurata, e non sembra esserci niente e nessuno che può opporvisi. Da una parte i Montecchi, dall’altra i Capuleti. Ciascuno rivendica il diritto di contrastare l’idea dell’altro, e perfino la sua espressione.

Entrambi gli schieramenti tuttavia, a guardare più attentamente, partono da un fatto ineludibile comune: la crisi della Famiglia. Uno ne misura gli effetti contando i lividi, l’altro quantizzando l’assenza di autorità e di valori. Come in ogni crisi propriamente detta c’è una fase di passaggio in cui tutto sembra crollare. Il modello prima valido di una famiglia fondata sul Potere del Padre come pilastro, sulla sua capacità di “mettere il pane in tavola”, ora non ha più senso. Se la Donna si è però in gran parte svincolata da un’identità che la voleva succube dell’Uomo, non c’è stato un passo corrispondente per quanto riguarda il nuovo tipo di Uomo, il nuovo tipo di Padre. Un modello è crollato, ma uno nuovo non è stato ancora definito con chiarezza. La violenza, al di là dei suoi connotati specifici da caso a caso, nasce e cresce oggi nel vuoto lasciato da questa transizione, come anche la paura manifestata da iniziative come il Congresso sulla Famiglia.

Accettare che vi sia un Congresso sulla Famiglia, non banalizzandone il significato a mera sfilata ideologica, per quanto è un evento che facilmente viene strumentalizzato dalle forze politiche, non vuol dire abbracciarne le soluzioni o le prese di posizione rispetto alle leggi a fondamento dell’autodeterminazione della persona. Vuol dire piuttosto dialogare con il bisogno profondo con cui ciascuna parte, anche quella del Congresso di Verona, è portatrice; vuol dire rendere virtù la convergenza sulla crisi della famiglia per intavolare una riflessione più profonda, spesso evitata: che modello di Uomo e di relazione Uomo-Donna è possibile al giorno d’oggi, considerati i cambiamenti avvenuti e quelli in atto? Finché non si potrà rispondere a tale quesito la famiglia tradizionale rimarrà nell’immaginario l’unico modello vincente, in quanto, anche a costo, talvolta, di grande sofferenza sommersa, almeno ha offerto per lunghissimo tempo certezze e solidità, al giorno d’oggi assenti a diversi livelli ed in diversi ambiti; finché non sarà possibile dare un significato alla crisi ed una direzione supportiva alla Famiglia Fragile, in quanto istituzione “a rischio”, per alcuni sarà sempre più facile rifugiarsi nel vecchio e rassicurante modello, rifuggendo da tutto ciò che rimanda alla novità, aborto e divorzio compresi, per altri, invece, sarà più naturale considerare nemico ogni legame con il passato, talvolta ostentando un’opposizione a priori; finché non sarà possibile, per l’Uomo, appropriarsi di “terreni inesplorati”, come l’emotività, l’accoglienza, l’affettuosità, in una sintesi propria ed originale, senza scimmiottare le caratteristiche del Femminile, il Maschile continuerà probabilmente a trincerarsi dietro l’unica modalità percorribile ereditata dai vecchi modelli: La violenza appunto.

Il percorso auspicato, con forti connotati relazionali, è difficile e complesso, un percorso in cui sia l’Uomo che la Donna sono chiamati a dare il proprio contributo, in cui la società intera deve impegnarsi. Finora ci si è concentrati molto sui diritti e sull’identità della Donna, sulle mancanze dell’Uomo e le iniquità del patriarcato. Il Femminismo ci ha permesso di rivoluzionare i ruoli tradizionali, asfissianti tanto per la Donna, più palesemente, quanto, nel profondo, anche per l’Uomo. Ci ha permesso di ripensare al Femminile. Ora bisogna ripensare il Maschile. In questo senso bisogna essere profondamente Maschilisti, per poter arrivare, magari, un giorno, ad un punto in cui essere Donna ed essere Uomo non sarà una contrapposizione di -ismi, ma una complementarietà.

Ufficio Stampa Insieme (Fabio Stefanelli)

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Una Panchina Rossa Contro il Femminicidio

Una panchina rossa, che spicca nel paesaggio come invito a soffermarsi. Un segnale di pericolo sempre acceso, affinchè non si perda nel rumore di tutti i giorni. Il 28 marzo a Potenza Città Sociale pianteremo la nostra Panchina Rossa contro la violenza sulle donne, e la coltiveremo con una profonda riflessione sulla necessità di avere un posto fisico, ma soprattutto “spirituale” per le vittime. Siete tutti invitati ad innaffiarla con noi.

finita evento

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Libera e Insieme nella “Giornata della memoria e dell’impegno
per le vittime delle mafie”

DSC_0252 La mafia uccide, il silenzio pure. Quel silenzio pesante, asfissiante, così carico che sembra perennemente sul punto di esplodere, e invece nulla lo attraversa. È lì, rancido, putrescente, come un carcassa che nutre i vermi e si disperde nel terreno. Combatterlo, sempre. È questo il senso più profondo della commemorazione del 21 Marzo organizzato da Libera, un evento itinerante, che ogni anno viene ospitato in una città diversa sul suolo italiano. Quest’anno è stata scelta Padova, e l’iniziativa ha visto il coinvolgimento non solo di tutto il Veneto, ma anche del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia, un’estesa area, in cui le mafie hanno saputo intrecciarsi con la realtà politica ed imprenditoriale del territorio, agendo, come sempre, da dietro le quinte, nascosta sotto lo strato superficiale della grande produttività locale. Da Potenza, però, non potevamo non partecipare a nostro modo. È per questo che stamattina Potenza Città Sociale si è spostata sulle sponde del Basento, in corrispondenza del ponte Musmeci, e si è unita a Libera e ad alcune scuole medie e superiori del territorio per ricordare insieme chi alla lotta alla mafia ha dato la propria vita. Non è stata una di quelle cerimonie cariche di cordoglio, in cui, a testa bassa, labbra sigillate ed occhi chiusi, si vive il proprio dolore in compagnia. Tutt’altro. Lì, affianco al fiume che frusciava la propria presenza, all’ombra delle arcate liquide della grande struttura di cemento, c’era si commozione, ma quella colma di grinta, perfino di rabbia, affiancata dalla giovialità tipica delle scolaresche e che circola anche fra i ragazzi del nostro CSE a Picerno, presenti anche loro. A testa alta e orecchie ben aperte, condividevamo pensieri, note e parole, che rombavano attraverso le casse ad alto volume montate su uno dei costoni non distante dal corso d’acqua. Cantavamo l’impegno, urlavamo la memoria, e la voce di quasi tutti i presenti, ad una ad una, separatamente, si univa in un coro che piantava croci tutt’intorno. Era come una melodia, ed ogni suono era il nome di una delle vittime della mafia. Mille note, quasi tre quarti d’ora di canzone, adagiate sugli arpeggi di una chitarra in sottofondo. Se può sembrare difficile pensare di dover ascoltare mille nomi, viverlo lo è ancora di più. È straziante, sembrano non avere mai fine. Falcone, Borsellino, Impastato, paiono materializzarsi per un istante fra la folla, affianco ad altri sconosciuti ai più, uomini e donne, settentrionali e meridionali, italiani e stranieri a cui oggi abbiamo reso l’onore che meritano. DSC_0298
Leggerli, affidarli al vento, che spirava in ogni direzione, accarezzando le “pietre d’inciampo” disposte sul viale alberato, proprio come i fiori colorati lasciati poi dagli studenti sul letto del fiume, proprio come il rullo dei Tamburi dei Briganti colpiti con vigore in apertura e chiusura, è stato un po’ come lanciare pietre in uno stagno, per far sì che le onde infrangessero il muro dell’oblìo sempre in agguato, pronto ad inghiottire il ricordo di tutti quei soldati della legalità morti per noi; è stato come affermare con forza che non li lasceremo andare via in silenzio, perché il loro sacrificio è seme per i nostri fiori, la loro battaglia e le loro idee vivono attraverso di noi; è stato come fare l’appello per chi ha combattuto ed ora non c’è più, per sentire la presenza non solo di chi veniva chiamato, ma anche e soprattutto di chi chiamava. La mafia uccide, il silenzio pure. Ma il ricordo riporta in vita e l’impegno rende invincibili. Non lasciamoci soli.

Ufficio Stampa Insieme

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IL VASO DI GRETA

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IL VASO DI GRETA

Ogni gruppo ha il suo bacchettone per l’ambiente; quello che se per pura distrazione lanci una carta fuori dal finestrino passa tutto il viaggio ad inveirti contro e a spiegarti come stiamo distruggendo il nostro pianeta, con un tono di voce di diverse misure più fastidioso della sopportabilità; di quelli che pur di farli stare in silenzio faresti retromarcia in autostrada per andare a recuperare un misero rettangolo di plastica della misura di una caramella al limone, e tu che magari avevi solo voglia di qualcosa di dolce; del tipo che poi ti guarda in cagnesco e passa una giornata a borbottare, neanche avessi scaricato dei rifiuti tossici nelle falde acquifere di un’intero continente. Che globi! Io sono il bacchettone del mio, e vi assicuro che è un lavoro da matti. Gli inviti a visitare nuovi luoghi, per usare un eufemismo, è assicurato e frequente. Eleva il tutto su scala mondiale ed hai un ritratto più o meno fedele di ciò che Greta Thunberg sta facendo dall’anno scorso.

Il 15 Marzo il suo “sciopero per il futuro”, sulla falsariga dei suoi Fridays for Future, ha smobilitato centinaia di migliaia di giovani e adulti in tutto il mondo, chi nelle piazze più importanti ad urlare slogan e portare striscioni, chi da casa, davanti ad un computer, ad esprimere la sua opinione. Molte sono state anche quelle contrarie, che suonano esattamente come le risposte più o meno ricercate che ricevo quando comincio la mia crociata quasi quotidiana all’interno della mia comitiva, dalla più banale alla più intellettuale: “Hai perfettamente ragione, ma che differenza vuoi che faccia una carta in più per terra?”, “Vabbè, ma non ci sono abbastanza cestini, dovrei portarmi la spazzatura in tasca per tutti quei metri?”, “Fin quando non ci saranno piani di smaltimento di rifiuti efficientemente ed efficacemente organizzati in capo alle istituzioni, è una lotta contro i mulini a vento!” ed altre varie ed eventuali. Ho visto servizi giornalistici dedicati alla giovane attivista che mangiava cibi preconfezionati in plastica su un treno, interviste ai giovani partecipanti delle manifestazioni che non sembravano avere la minima idea di cosa fosse il buco dell’ozono, di cosa significasse “cambiamento climatico”, di come l’inquinamento influisse sulla vita degli esseri umani. Ho letto articoli fatalisti, che parlavano di come quello di Greta fosse il solito “tanto rumore per nulla”, un buco nell’acqua, che addirittura fosse un modo mediatico per distogliere l’attenzione dai famigeratissimi “problemi ben più gravi e reali”.

23 anni, poco più di quanti ne ha Greta ora, e, rimanendo così le cose, il controverso “cambiamento climatico” sarà irreversibile. Poco conta se una ragazzina di 16 anni non dimostra una rigida ed inflessibile coerenza tra idee e vivere pratico; non importa se dei ragazzi, presi dall’ansia di essere intervistati dicono cose sconnesse, o se sono francamente ignoranti sugli aspetti teorici basilari della questione; è irrilevante se effettivamente i Fridays For Future sortiranno un effetto più importante e grande della candidatura al nobel per una giovane meteora dei movimenti studenteschi. Quello che conta è la risposta che il mondo adulto può e sa dare ad una giovane generazione che si chiede che mondo gli si lascerà in eredità, o se almeno gliene verrà lasciato uno. Potremmo rispondergli che “tanto è così che va”, che “ormai non c’è più nulla da fare”, ma la brutale verità è che abbiamo operato e continuiamo ad operare una scelta tra il progresso economico smodato a tutti i costi e il prendersi cura di una Terra che ci sfama e ci nutre, ci sostiene e ci alleva. Nessuna scusa può reggere di fronte a questo. Sta a mala piena in piedi l’effettivo sforzo di alcuni (e solo alcuni) degli Stati più industrializzati di dedicare un’attenzione quantomeno formale al tema della sostenibilità ambientale, per non parlare di quei leader politici e/o economici che si deresponsabilizzano, che minimizzano, fomentando la folta schiera di “menefreghisti” che popolano ogni parte del pianeta e che traggono piacere dal criticare un’adolescente e dal trovare le falle nel suo pensiero piuttosto che analizzare cosa sarebbe o non sarebbe possibile fare. Una manifestazione come quella di Venerdì non serve ai giovani per cambiare il mondo, ma agli adulti per riflettere su di esso. Siamo tanto occupati a cercare scuse per i nostri comportamenti che non ci rendiamo conto di quanto il problema non sia un rettangolino di plastica, ma la noncuranza con cui lo lanciamo per terra, con cui abbracciamo le tesi di chi si arricchisce a spese della natura, con cui lasciamo che le politiche economiche, a partire da quelle locali, e su questo chi ha occhi per intendere, intenda, continuino a favorire multinazionali che, tanto a titolo di esempio, spargono veleno nell’aria e nel sottosuolo in cambio di petrolio, come se fosse una cosa che non ci riguarda, che non sta a noi bloccare o promuovere. La Terra, con ciò che essa ci da da mangiare, il mondo intero, il futuro, è come un vaso di creta che plasmiamo con le nostre azioni. Sia che lo si rovini con le proprie mani, sia che lo si lasci raffreddare e poi cadere senza opporre resistenza, si è artefici della sua rottura. Se non ci occupiamo del contenitore perde di valore anche il contenuto, perde di valore anche la vita stessa, perdiamo di valore anche noi. Perdiamo, perché avevamo voglia di qualcosa di dolce ma non eravamo disposti a sostenere l’impegno che questo comporta.

Ufficio Stampa Insieme

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…LASCIARE CIÒ CHE SI AMA

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…LASCIARE CIÒ CHE SI AMA

Perché è così difficile liberarsi da una dipendenza patologica? Liberarsi dall’eroina, dalla cocaina, dall’alcol, da un uomo che “amiamo” troppo, da una donna che ci fa impazzire, da una apparente insignificante sigaretta?

MIMMO MAGGI - Lasciare ciò che si ama

Perché non riusciamo a liberarci di un “oggetto” che ha vissuto a stretto contatto con noi, che ha vissuto “dentro” di noi per un lungo periodo di tempo? Essere lasciato da qualcosa o da qualcuno è meno doloroso che prendere una decisione rispetto a lasciare qualcosa o qualcuno/a che si “ama profondamente”.

Sapere che lei, lui, o “la cosa”, sta lì a portata di mano e basta un niente per far sì che rientri nella nostra vita e sopperisca a quella dolorosa mancanza, a quel lutto apparentemente senza fondo, è dannatamente difficile.

Diventa una impresa ardua, quasi impossibile. Un pensiero diventa granitico: come farò a sopravvivere senza di lei?

La decisione, la forza, la volontà, la vita che ci dovrebbe spingere verso la vita e non verso “la cosa” è un flebile battito da cui ripartire, è come respirare in un ambiente piccolissimo dove c’è poca aria e non sai se riuscirai a sopravvivere con quel poco, pochissimo di ossigeno. Ma perché ci sentiamo così? Perché stiamo così male quando muore qualcuno, quando un amore ci lascia? e perché se pur sapendo che quell’amore ci fa male stiamo ancora peggio nel lasciarlo andar via?

È così difficile perché decidere di lasciare un amore che si ama non è come essere lasciati da un amore che non ci ama più.

Se è difficile sopravvivere ad un amore che ci abbandona, lasciare, allontanarsi da un qualcosa o da un qualcuno dove il peso della decisione spetta a noi diventa un’impresa quasi impossibile.

Diventa impossibile lasciare andare “la cosa” sapendo che si porterà con se il “nostro senso della vita”, l’energia di quella vitalità che avevamo un tempo, l’aria che respiravamo, la possibilità dell’unione dell’uno, che si porterà con sé il mondo, perché quello che resterà saranno solo cocci, frantumi, pezzetti di carne sparpagliati senza senso e senza vita, da raccogliere e cercare di mettere insieme, pensando che sia stata la scelta migliore che uno possa aver partorito; abbandonare tutto ciò che “nutriva”la mia esistenza basandomi solo sul fatto che senza starò meglio. Starò. Starò? Starò!!!

Questi sono gli “amori” che bruciano, che bruciano la vita, che bruciano la vita fino alla morte.

Sono l’illusione marcia dell’altra metà platonica, sono il cibo che alimenta l’anoressica, sono le abbuffate bulimiche che portano al vomito della vita.

Ogni separazione, piccola o grande che sia, implica un lutto, un lavoro altamente impegnativo. È come salire da un precipizio solo con la forza delle mani, aggrappandosi alle piccole sporgenze della parete, con la forza delle tue mani e dell’incontro con “altre mani” che il mondo ti offre.

Ci vuole un tempo di lavoro lungo e doloroso. Non esiste una scalata rapida del precipizio. Questo lavoro è particolarmente doloroso perché la cosa amata si è portata via buona parte di noi, facendoci sentire completamente svuotati di energia e di vita. Solo la salita della parete e lo sforzo di tenerci aggrappati all’altro ci porterà a distanziarci sempre di più dal fondo del precipito. La missione è scalare il piano verticale della parete per arrivare al piano orizzontale della terra e ritrovare il fiato, il respiro, il battito del cuore che ci mancava. La forza che abbiamo sviluppato nella salita sarà la forza che ci salverà dalla “cosa”, perché attraverso lo sforzo dell’elaborazione del lutto è possibile recuperare quell’energia vitale che ci era stata portata via.

In questa salita fatta di sudore e di dolore esiste un frammento di luce, una sporgenza divina, un segreto nascosto; esiste la conoscenza di noi stessi, la risposta alle nostre scelte.

Esiste la pulsione vera della vita e la spinta di un desiderio di apertura al mondo per ricominciare a vivere di nuovo.

Ufficio Stampa Insieme (Domenico Maggi)

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EQUIPE


MARIAELENA BENCIVENGA

MARIAELENA BENCIVENGA

Presidente
DOMENICO MAGGI

DOMENICO MAGGI

Direttore C.P.I.
ANGELA BARAGLIA

ANGELA BARAGLIA

Operatore
CARMEN FUSCO

CARMEN FUSCO

Vice Direttore
DOMENICO MAROSCIA

DOMENICO MAROSCIA

Medico Chirurgo
MARIA LUCIA NOLE'

MARIA LUCIA NOLE'

Psicologa
PIERO GAROFOLI

PIERO GAROFOLI

Operatore
GIANLUCA GUIDA

GIANLUCA GUIDA

Operatore
SABATO ALVINO

SABATO ALVINO

Psicologo
AMEDEO SALVIA

AMEDEO SALVIA

Operatore
VINCENZO MARTINELLI

VINCENZO MARTINELLI

Presidente C.T.S.
FABRIZIO CERBASI

FABRIZIO CERBASI

Psicologo
DORA ROSA NAPPI

DORA ROSA NAPPI

Cuoca
LETIZIA TOMASIELLO

LETIZIA TOMASIELLO

Sociologa
GIOVANNI PICCINOCCHI

GIOVANNI PICCINOCCHI

Operatore
VINCENZO PIGNONE

VINCENZO PIGNONE

Operatore
FLAVIA SALVIA

FLAVIA SALVIA

Resp. Amministrazione
ANDREA BARRA

ANDREA BARRA

Psichiatra
FRANCESCA LUCIBELLO

FRANCESCA LUCIBELLO

Psicologa
LETIZIA MARTINELLI

LETIZIA MARTINELLI

Resp. Segretaria
FELICIANA FARENGA

FELICIANA FARENGA

Educatore
LAURA LA TORRE

LAURA LA TORRE

Operatore
FABIO STEFANELLI

FABIO STEFANELLI

Psicologo
GIANNOFRIO MASESSA

GIANNOFRIO MASESSA

Psichiatra
Indirizzo:
viale del basento, 102
85100 Potenza (PZ)
Telefono:
0971.601056 – 0971.1800833
Fax:
0971.506444
Cellulare:
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