IL VASO DI GRETA

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IL VASO DI GRETA

Ogni gruppo ha il suo bacchettone per l’ambiente; quello che se per pura distrazione lanci una carta fuori dal finestrino passa tutto il viaggio ad inveirti contro e a spiegarti come stiamo distruggendo il nostro pianeta, con un tono di voce di diverse misure più fastidioso della sopportabilità; di quelli che pur di farli stare in silenzio faresti retromarcia in autostrada per andare a recuperare un misero rettangolo di plastica della misura di una caramella al limone, e tu che magari avevi solo voglia di qualcosa di dolce; del tipo che poi ti guarda in cagnesco e passa una giornata a borbottare, neanche avessi scaricato dei rifiuti tossici nelle falde acquifere di un’intero continente. Che globi! Io sono il bacchettone del mio, e vi assicuro che è un lavoro da matti. Gli inviti a visitare nuovi luoghi, per usare un eufemismo, è assicurato e frequente. Eleva il tutto su scala mondiale ed hai un ritratto più o meno fedele di ciò che Greta Thunberg sta facendo dall’anno scorso.

Il 15 Marzo il suo “sciopero per il futuro”, sulla falsariga dei suoi Fridays for Future, ha smobilitato centinaia di migliaia di giovani e adulti in tutto il mondo, chi nelle piazze più importanti ad urlare slogan e portare striscioni, chi da casa, davanti ad un computer, ad esprimere la sua opinione. Molte sono state anche quelle contrarie, che suonano esattamente come le risposte più o meno ricercate che ricevo quando comincio la mia crociata quasi quotidiana all’interno della mia comitiva, dalla più banale alla più intellettuale: “Hai perfettamente ragione, ma che differenza vuoi che faccia una carta in più per terra?”, “Vabbè, ma non ci sono abbastanza cestini, dovrei portarmi la spazzatura in tasca per tutti quei metri?”, “Fin quando non ci saranno piani di smaltimento di rifiuti efficientemente ed efficacemente organizzati in capo alle istituzioni, è una lotta contro i mulini a vento!” ed altre varie ed eventuali. Ho visto servizi giornalistici dedicati alla giovane attivista che mangiava cibi preconfezionati in plastica su un treno, interviste ai giovani partecipanti delle manifestazioni che non sembravano avere la minima idea di cosa fosse il buco dell’ozono, di cosa significasse “cambiamento climatico”, di come l’inquinamento influisse sulla vita degli esseri umani. Ho letto articoli fatalisti, che parlavano di come quello di Greta fosse il solito “tanto rumore per nulla”, un buco nell’acqua, che addirittura fosse un modo mediatico per distogliere l’attenzione dai famigeratissimi “problemi ben più gravi e reali”.

23 anni, poco più di quanti ne ha Greta ora, e, rimanendo così le cose, il controverso “cambiamento climatico” sarà irreversibile. Poco conta se una ragazzina di 16 anni non dimostra una rigida ed inflessibile coerenza tra idee e vivere pratico; non importa se dei ragazzi, presi dall’ansia di essere intervistati dicono cose sconnesse, o se sono francamente ignoranti sugli aspetti teorici basilari della questione; è irrilevante se effettivamente i Fridays For Future sortiranno un effetto più importante e grande della candidatura al nobel per una giovane meteora dei movimenti studenteschi. Quello che conta è la risposta che il mondo adulto può e sa dare ad una giovane generazione che si chiede che mondo gli si lascerà in eredità, o se almeno gliene verrà lasciato uno. Potremmo rispondergli che “tanto è così che va”, che “ormai non c’è più nulla da fare”, ma la brutale verità è che abbiamo operato e continuiamo ad operare una scelta tra il progresso economico smodato a tutti i costi e il prendersi cura di una Terra che ci sfama e ci nutre, ci sostiene e ci alleva. Nessuna scusa può reggere di fronte a questo. Sta a mala piena in piedi l’effettivo sforzo di alcuni (e solo alcuni) degli Stati più industrializzati di dedicare un’attenzione quantomeno formale al tema della sostenibilità ambientale, per non parlare di quei leader politici e/o economici che si deresponsabilizzano, che minimizzano, fomentando la folta schiera di “menefreghisti” che popolano ogni parte del pianeta e che traggono piacere dal criticare un’adolescente e dal trovare le falle nel suo pensiero piuttosto che analizzare cosa sarebbe o non sarebbe possibile fare. Una manifestazione come quella di Venerdì non serve ai giovani per cambiare il mondo, ma agli adulti per riflettere su di esso. Siamo tanto occupati a cercare scuse per i nostri comportamenti che non ci rendiamo conto di quanto il problema non sia un rettangolino di plastica, ma la noncuranza con cui lo lanciamo per terra, con cui abbracciamo le tesi di chi si arricchisce a spese della natura, con cui lasciamo che le politiche economiche, a partire da quelle locali, e su questo chi ha occhi per intendere, intenda, continuino a favorire multinazionali che, tanto a titolo di esempio, spargono veleno nell’aria e nel sottosuolo in cambio di petrolio, come se fosse una cosa che non ci riguarda, che non sta a noi bloccare o promuovere. La Terra, con ciò che essa ci da da mangiare, il mondo intero, il futuro, è come un vaso di creta che plasmiamo con le nostre azioni. Sia che lo si rovini con le proprie mani, sia che lo si lasci raffreddare e poi cadere senza opporre resistenza, si è artefici della sua rottura. Se non ci occupiamo del contenitore perde di valore anche il contenuto, perde di valore anche la vita stessa, perdiamo di valore anche noi. Perdiamo, perché avevamo voglia di qualcosa di dolce ma non eravamo disposti a sostenere l’impegno che questo comporta.

Ufficio Stampa Insieme

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