Bisogna essere Maschilisti

BISOGNA ESSERE MASCHILISTI

Domenica a Verona si è concluso il congresso organizzato dai movimenti per la famiglia tradizionale. Un evento che, tra le critiche ed i cortei di protesta, aveva all’ordine del giorno la necessità di affrontare temi delicati come il divorzio, l’aborto, la denatalità e le unioni civili, con particolare riferimento ad individui dello stesso sesso. Gli esponenti politici di quella che viene definita destra hanno non solo partecipato, ma ne hanno anche fortemente promosso i presupposti di base. Gli oppositori, invece, hanno tacciato l’iniziativa come medievale ed anacronistica.

È uno scandalo che al giorno d’oggi si parli di famiglia tradizionale? Nient’affatto, anzi, semmai il contrario, almeno dal mio punto di vista.

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Ai confini meridionali di Potenza Città Sociale, a ridosso delle sponde del Basento, sorge la Panchina Rossa che Giovedì scorso abbiamo eretto a conclusione di un evento che aveva l’obiettivo di aprire una riflessione sulle vittime della violenza di genere. Siamo stati in tanti a soffermarci sulle disparità, sulle iniquità, sui delitti legati al genere sessuale. Uomini che odiano le donne principalmente. Abbiamo a lungo parlato delle radici della violenza, partendo da Aristofane e le sue metà della mela per arrivare ad un’ipotetica corsa dei cento metri tra uomini e donne, in cui queste ultime, alla partenza, hanno ostacoli sociali che, pur se di solito “trasparenti”, di fatto, le pongono in una situazione di svantaggio, preannunciandone l’inevitabile sconfitta. Abbiamo cercato, nel breve tempo a disposizione, di tratteggiare l’argomento sotto diversi punti di vista, da quello prettamente giuridico e legale, avvalendoci del contributo della Polizia di Stato che ci ha mostrato le campagne di sensibilizzazione contro la violenza di genere e ci ha illustrato le procedure che si attivano nel momento in cui una vittima contatta le Forze dell’Ordine, a quello psicologico, affrontando più nello specifico le radici dinamiche e culturali dell’oggettualizzazione del corpo della donna, cristallizzazione di un approccio che tende a relegarla alla sola funzione sessuale e a contrastare le spinte alla sua emancipazione, negando talvolta le conquiste degli ultimi sessant’anni.

Il retaggio ultra-conservatore alla base di questa “concezione maschilista” è esattamente l’elemento che i detrattori del Congresso sulla famiglia, organizzato nella città di Romeo e Giulietta, che di famiglia e conflitti sono, almeno da un punto di vista letterario, esperti, hanno criticato, rendendolo simbolo della loro aperta protesta. I due eventi, apparentemente, sono inconciliabili. Uno punta all’evoluzione, al cambiamento, allo stravolgimento dei tradizionali ruoli familiari, fucina delle mentalità alla base dell’analisi egemone sulla violenza di genere, l’altro considera l’allontanamento da forme e modalità tradizionali come un enorme pericolo, che i fautori suppongono alla base della forte degenerazione morale, valoriale e sociale cronologicamente successiva al periodo delle intense battaglie culturali, fra le quali si collocano anche quelle femministe, che di fatto hanno posto le basi per i grandi “sconvolgimenti” nella struttura familiare. La guerra pare assicurata, e non sembra esserci niente e nessuno che può opporvisi. Da una parte i Montecchi, dall’altra i Capuleti. Ciascuno rivendica il diritto di contrastare l’idea dell’altro, e perfino la sua espressione.

Entrambi gli schieramenti tuttavia, a guardare più attentamente, partono da un fatto ineludibile comune: la crisi della Famiglia. Uno ne misura gli effetti contando i lividi, l’altro quantizzando l’assenza di autorità e di valori. Come in ogni crisi propriamente detta c’è una fase di passaggio in cui tutto sembra crollare. Il modello prima valido di una famiglia fondata sul Potere del Padre come pilastro, sulla sua capacità di “mettere il pane in tavola”, ora non ha più senso. Se la Donna si è però in gran parte svincolata da un’identità che la voleva succube dell’Uomo, non c’è stato un passo corrispondente per quanto riguarda il nuovo tipo di Uomo, il nuovo tipo di Padre. Un modello è crollato, ma uno nuovo non è stato ancora definito con chiarezza. La violenza, al di là dei suoi connotati specifici da caso a caso, nasce e cresce oggi nel vuoto lasciato da questa transizione, come anche la paura manifestata da iniziative come il Congresso sulla Famiglia.

Accettare che vi sia un Congresso sulla Famiglia, non banalizzandone il significato a mera sfilata ideologica, per quanto è un evento che facilmente viene strumentalizzato dalle forze politiche, non vuol dire abbracciarne le soluzioni o le prese di posizione rispetto alle leggi a fondamento dell’autodeterminazione della persona. Vuol dire piuttosto dialogare con il bisogno profondo con cui ciascuna parte, anche quella del Congresso di Verona, è portatrice; vuol dire rendere virtù la convergenza sulla crisi della famiglia per intavolare una riflessione più profonda, spesso evitata: che modello di Uomo e di relazione Uomo-Donna è possibile al giorno d’oggi, considerati i cambiamenti avvenuti e quelli in atto? Finché non si potrà rispondere a tale quesito la famiglia tradizionale rimarrà nell’immaginario l’unico modello vincente, in quanto, anche a costo, talvolta, di grande sofferenza sommersa, almeno ha offerto per lunghissimo tempo certezze e solidità, al giorno d’oggi assenti a diversi livelli ed in diversi ambiti; finché non sarà possibile dare un significato alla crisi ed una direzione supportiva alla Famiglia Fragile, in quanto istituzione “a rischio”, per alcuni sarà sempre più facile rifugiarsi nel vecchio e rassicurante modello, rifuggendo da tutto ciò che rimanda alla novità, aborto e divorzio compresi, per altri, invece, sarà più naturale considerare nemico ogni legame con il passato, talvolta ostentando un’opposizione a priori; finché non sarà possibile, per l’Uomo, appropriarsi di “terreni inesplorati”, come l’emotività, l’accoglienza, l’affettuosità, in una sintesi propria ed originale, senza scimmiottare le caratteristiche del Femminile, il Maschile continuerà probabilmente a trincerarsi dietro l’unica modalità percorribile ereditata dai vecchi modelli: La violenza appunto.

Il percorso auspicato, con forti connotati relazionali, è difficile e complesso, un percorso in cui sia l’Uomo che la Donna sono chiamati a dare il proprio contributo, in cui la società intera deve impegnarsi. Finora ci si è concentrati molto sui diritti e sull’identità della Donna, sulle mancanze dell’Uomo e le iniquità del patriarcato. Il Femminismo ci ha permesso di rivoluzionare i ruoli tradizionali, asfissianti tanto per la Donna, più palesemente, quanto, nel profondo, anche per l’Uomo. Ci ha permesso di ripensare al Femminile. Ora bisogna ripensare il Maschile. In questo senso bisogna essere profondamente Maschilisti, per poter arrivare, magari, un giorno, ad un punto in cui essere Donna ed essere Uomo non sarà una contrapposizione di -ismi, ma una complementarietà.

Ufficio Stampa Insieme (Fabio Stefanelli)

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