Dipendenze Patologiche : le attenzioni e gli impegni

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Sul tema delle dipendenze patologicheabbiamo rivolto alcune domande a uno degli esperti in questo settore, Donato Donnoli,responsabile della Unità Operativa “Ser.T.” di Villa d’Agri della Azienda Sanitaria di Potenza e consigliere nazionaleFeder.Ser.D. IL Dottor Donnoli ha relazionato all’incontro nazionale Feder.Ser.D.

Sembra che le sostanze d’abusoprendano sempre più piede nella nostra realtà quotidiana, è così?

Anche se l’uso delle sostanze psicoattive (che agiscono cioè nel cervello) ha riferimenti che accompagnano la storia dell’uomo già dai tempi remoti, è indubbio che gli usi e gli abusi delle cosiddette droghe, alcol compreso, siano percepiti dalla opinione pubblica come problemi tipici della società dei nostri tempi. Questa percezione trova una sorta di conferma reale nella attuale grande diffusione di sostanze (psicofarmaci, droghe, alcol) che modificano gli stati della mente. Si può dire che le sostanze psicoattive stanno conoscendo grande notorietà a tutti i livelli sociali e comunicativi.

Quali sono le principali difficoltà incontrate nell’affrontare questi fenomeni?

Potrei qui citarne due, che ritengo tra le più importanti, rappresentate, la prima, dall’attenzione spesso episodica e marginale su questi fenomeni dell’opinione pubblica. E l’altra, strettamente connessa alla prima, rappresentata dal perdurare di un atteggiamento di stigma e di riprovazione sociale per cui il problema è sempre di “altri”, di una fascia sociale ritenuta ben determinata e “diversa” dalla nostra di cui non ci dobbiamo interessare.

Lei ha parlato di “dipendenze patologiche”, perché usa questo termine?

Nell’accezione comune, che ancora perdura, il concetto di dipendenza è stato limitato all’alcol ed alle droghe, a causa anche dell’imponenza dei problemi a loro connessi. Negli ultimi anni, invece, il concetto di dipendenza si è allargato fino a comprendere tutti quei comportamenti di dipendenza che si traducono in comportamenti compulsivi o d’abuso come, ad esempio, il gioco d’azzardo compulsivo (“gamblerismo”, definito anche come Gap, Gioco di Azzardo Patologico). Da qui il termine più inclusivo di “dipendenza patologica” in uso più di recente al posto del termine “tossicodipendenza”.

Qual è la dimensione epidemiologica del fenomeno droga e alcol in Italia?

La dimensione epidemiologica è difficilmente quantificabile. Provando a citare stime non recenti ma attendibili, in Italia sarebbero circa 300mila i consumatori di sostanze psicoattive con bisogno di cura. Mentre sarebbero circa 1 milione gli alcolisti secondo il rapporto dell’Osservatorio nazionale Alcol-Oss.FAD dell’Istituto Superiore di Sanità. I dati del Ministero della Salute nel 2006 dicevano che nei circa 550 Ser.T. presenti in Italia sono state seguite circa 180mila persone. Nello stesso anno gli alcolisti seguiti dai Ser.T. e dalle Strutture Alcologiche sono stati 61.656, in continuo aumento rispetto agli altri anni.

Quali sono i dati epidemiologici relativi alla Basilicata?

Possiamo citare dati non recenti, ma comunque utili per la definizione di un quadro di realtà. I dati relativi alla B a s i l i c a t a riferiscono che nei 6 Ser.T. presenti nella nostra regione sono state assistite, nel 2006, 1179 persone residenti nel territorio lucano. Dati, riferiti al 2005, indicano che 85 persone sono state assistite nelle Comunità Terapeutiche di Basilicata. Nel 2006 gli alcolisti seguiti dai Ser.T. di Basilicata sono stati 405. I dati relativi alla Basilicata indicano numeri inferiori rispetto ad altre realtà regionali. Si tenga comunque conto della diversità demografica della nostra regione rispetto alle altre regioni d’Italia e della parzialità, come già sottolineato, dei dati acquisiti. Tali dati sono in ogni caso utili per comprendere che il “fenomeno droga” è presente nella nostra regione e tende ad adeguarsi ai nuovi contesti sociali e alle nuove tendenze comportamentali già presenti nel resto d’Italia.”

Quali sono le possibilità e le prospettive di intervento nel vostro campo di azione?

In questi ultimi anni la riflessione sulle esperienze e sulle conoscenze più innovative ha messo in risalto una rinnovata esigenza di affermare quella “etica del fare” che nasce dall’incontro di tutte quelle metodologie e di tutte quelle organizzazioni che si riconoscono in una rete comune di attività, con linguaggi ed obiettivi condivisi. Come sappiamo, l’etica è rendere al meglio il carattere delle persone. Questa “ricerca del meglio” deve informare, sempre più, anche l’attività assistenziale e clinica nel settore delle dipendenze patologiche per puntare a una dignità di cura nei riguardi dei soggetti interessati che allo stato attuale non viene riconosciuta. Fenomeni legati, come già detto, a una sorta di stigma e di riprovazione sociale, contribuiscono, infatti, a inficiare la cura della persona affetta da dipendenza patologica che spesso viene tuttora ancora identificata con lo sgradevole e ghettizzante termine di tossico o di alcolizzato. Quando usiamo questi termini è come se allentassimo ulteriormente la fune di quella mongolfiera che abbiamo prima citato con il pericolo di perdere, ancor di più, la vita umana e sociale di un individuo.

Intervista al Dr Donato Donnoli

 
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