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E’ necessario il Male?

  La-creazione-di-Adamo-Michelangelo

Accade a tutti noi, durante un momento particolarmente negativo, di porsi questa domanda.

Quando non si riesce a rispondere ad essa, facilmente compaiono l’afflizione, la perdita di autostima, la colpevolizzazione verso se stessi, e, di conseguenza, verso il mondo.

Solo riuscendo a perdonarsi, ed a rivalutarsi, si può superare questo blocco, che ritengo essere di natura filosofica e psicologica al tempo stesso.

Nel tempo, diversi filosofi hanno affrontato il problema del male, e si può notare come, e spesso ce ne dimentichiamo, l’uomo non sia alieno al male, e viceversa.

L’uomo può decidere liberamente se fare (o farsi) del male, come può decidere liberamente come reagire al male. La forza del male sta nella nostra debolezza.

Sant’Agostino definisce la non-sostanzialità del Male. Esiste solo il Bene, in quanto unica emanazione di Dio. L’uomo, tuttavia, è libero di agire, essendo dotato di Libero Arbitrio, e nelle sue azione si ritrova il Male. Il male è un fenomeno umano, quindi.

Mi viene in mente Platone, quando definisce il Male come tendenza innata dell’uomo, e come privazione del Bene. Il Male, quindi, può esistere solo quando il Bene è assente, pertanto non esiste di per sé.

Kant, molto similmente, parla del Male come inclinazione e tendenza congenita, pertanto lo definisce Male Radicale. Tuttavia, ed anche qui vedo fiducia verso l’uomo, ad una data quantità di Male Radicale, corrisponde una certa propensione alla Bontà. Il motivo per il quale il Male vince è imperscrutabile.

Schelling riprende Kant, ma introduce una nuova grandezza: il Dio in divenire: il Male e il Bene si mescolano tra loro con una lenta vittoria del Bene, demandando così la vittoria del Male alla volontà umana.

Dio in divenire mi fa venire in mente Vico, con i suoi corsi e ricorsi storici, e Marx, con le lotte di classe periodiche, alternate tra momenti di vittoria del bene e momenti di vittoria del male. Borsellino definì la mafia come fenomeno umano, e come tale caratterizzato da un inizio ed una fine. Risalta il rimando a Schelling ed a Marx.

Per Kierkegaard il segnale d’allarme del Male è l’angoscia. L’angoscia nasce infatti dalla consapevolezza della capacità dell’uomo di fare del male. E’ una descrizione del senso di colpa.

Non credo che sia necessario il Male, ma credo sia necessario il Bene: forse è superata la concezione del Libero Arbitrio, ma mi piace pensare, che sono le nostre scelte, di fronte ad ogni singolo avvenimento della vita, tra Giusto o Sbagliato, tra Bianco e Nero, tra Bene e Male a condizionare la nostra esistenza, e che quindi, siamo noi, gli uomini, a influenzare il nostro destino, sempre e comunque, con Dio.

Riflessioni  – Dott. Nicola Casillo  – Medico

 

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Laboratorio di dignità

Centro polifunzionale integrato “Potenza Città sociale”: Laboratorio di dignità

Le persone che arrivano alle nostre strutture terapeutico-riabilitative per le dipendenze patologiche sicuramente sono diverse per sostanza elettiva, sesso, età, status socio-economico e storia familiare. Ma c’è un filo rosso che le lega strettamente: una dignità violata. Tutti, chi più chi meno, avvertono di non essere pienamente “padroni di sé stessi”, in quanto non riescono ad esercitare le proprie facoltà cognitive, decisionali e ad attuare ciò che vogliono senza subire o produrre condizionamenti negativi. Chi vive una condizione di dipendenza patologica mortifica la propria coscienza, non considera importante il proprio valore morale e non ritiene importante tutelarne la salvaguardia ma soprattutto compromette l’idea di dignità su due versanti: uno interno – soggettivo – costituito dalla consapevolezza che ognuno ha della propria autonomia e libertà, ed uno esterno –oggettivo – che è dato dal riconoscimento e dal rispetto da parte degli altri di questa caratteristica intrinseca di ogni persona.

Tale perdita di dignità rende i dipendenti patologici (tossicodipendenti, alcolisti, giocatori patologici e poli consumatori) persone che non si riconoscono una dignità, ma soprattutto a cui non viene riconosciuta una dignità.

Come struttura terapeutica promuoviamo dei principi che fanno da guida al nostro complicato mestiere di accogliere il disagio e, attraverso percorsi mirati e diversificati, trasformarlo in risorsa per la società e per se stessi. Tra i principi affermiamo di accogliere la storia e la vita di una persona più che il suo problema. Tale criterio ci ha portato anni fa a decidere che all’interno delle nostre strutture siano bandite le perquisizioni sia agli ingressi che una tantum. E ovviamente che i cancelli siano aperti.

Ogni volta che arriva una persona non ci chiediamo se sia stato un ladro fino a cinque minuti prima, un rapinatore, uno spacciatore, un criminale, un malato, un sieropositivo o altro, l’unica cosa certa che sappiamo è che è una persona e come tale gli riconosciamo la propria dignità. Nelle strutture che si occupano di dipendenza all’ingresso in comunità una persona viene perquisita, gli si fruga nei bagagli, si guarda negli oggetti personali.

Tutto ciò a nostro parere è altamente indignitoso.

Certamente il liscio della teoria può trovare intoppi nella ruvidità della pratica. Ma a distanza di circa quattro anni possiamo affermare di non aver registrato episodi ricorrenti e degni di denuncia riguardo a introduzioni di sostanze in struttura. Sentire riconosciuta la propria dignità ben integrata ad atteggiamenti di fiducia attiva negli ospiti una sorta di incredulità e di confusione ma allo stesso tempo avvia una relazione di riconoscenza (nel senso letterale) reciproca.

Siamo convinti che la dignità non è negoziabile, non ha prezzo. Riconoscerla anche al “peggiore” dei nemici è la migliore risposta possibile alla logica dell’avversione e del recupero della persona. Tale riconoscimento della dignità non deve essere considerato come un atto generoso o caritatevole concesso sotto l’impulso della comprensione, ma come garanzia morale e giuridica della dignità stessa. Questo riconoscimento deve tracciare un solco profondo fra la cultura della vita a cui si va incontro e quello della morte di cui le sostanze tutte sono intrise.

Noi cerchiamo sin dal primo passo nel Centro di restituirgli un pezzo di dignità, un assegno in bianco di fiducia. Riconosciamo la dignità come un diritto assertivo.

Un diritto è assertivo quando non è ottenuto sottoforma di concessione accettata passivamente. Il primo, fondamentale, diritto assertivo è quello di essere trattati con rispetto e dignità. Ma che vuol dire, davvero? Una persona ci tratta con rispetto e dignità se ci considera suoi pari, se ritiene i nostri bisogni degni tanto quanto i suoi. Se tiene in conto e non svaluta il nostro punto di vista, sebbene sia diverso dal suo. Se dovendoci rivolgere delle critiche, le formula in maniera che siano utili a noi per migliorare e le indirizza al frutto del nostro operare e non a noi come persona. Se accetta con serenità i “no” che provengono da noi e formula i suoi “no” senza che questi mettano in dubbio il nostro valore personale. Gli uomini e le donne che lavorano al Centro Polifunzionale “Potenza Città Sociale” hanno fatto di tutto ciò il proprio credo, ma soprattutto la propria metodologia di relazionarsi all’altro qualsiasi esso sia ricevendo, più spesso di quanto si possa immaginare, il dono di vedere, negli occhi di chi si lascia guidare, la scintilla di una vita dignitosa.

 Dott. Domenico Maggi

Direttore Centro Polifunzionale Integrato “Potenza Città Sociale

«La dignità umana è inviolabile ed è un valore che non ha prezzo. Non può esistere dignità sociale o collettiva senza dignità individuale della persona, cosí come non può esistere dignità della persona senza dignità sociale.

 

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TEATRANDO…..INTEGRANDO!

L’Associazione Insieme in collaborazione con Via dei Matti N°0 per l’evento Via del Sociale incrocia Via dei Matti vi invita alla rappresentazione teatrale LU PAPPAADD BRASILIAN i cui attori protagonisti saranno gli ospiti della Casa Divina Provvidenza DON UVA e dell’Associazione Insieme…

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Dipendenze Patologiche : le attenzioni e gli impegni

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Sul tema delle dipendenze patologicheabbiamo rivolto alcune domande a uno degli esperti in questo settore, Donato Donnoli,responsabile della Unità Operativa “Ser.T.” di Villa d’Agri della Azienda Sanitaria di Potenza e consigliere nazionaleFeder.Ser.D. IL Dottor Donnoli ha relazionato all’incontro nazionale Feder.Ser.D.

Sembra che le sostanze d’abusoprendano sempre più piede nella nostra realtà quotidiana, è così?

Anche se l’uso delle sostanze psicoattive (che agiscono cioè nel cervello) ha riferimenti che accompagnano la storia dell’uomo già dai tempi remoti, è indubbio che gli usi e gli abusi delle cosiddette droghe, alcol compreso, siano percepiti dalla opinione pubblica come problemi tipici della società dei nostri tempi. Questa percezione trova una sorta di conferma reale nella attuale grande diffusione di sostanze (psicofarmaci, droghe, alcol) che modificano gli stati della mente. Si può dire che le sostanze psicoattive stanno conoscendo grande notorietà a tutti i livelli sociali e comunicativi.

Quali sono le principali difficoltà incontrate nell’affrontare questi fenomeni?

Potrei qui citarne due, che ritengo tra le più importanti, rappresentate, la prima, dall’attenzione spesso episodica e marginale su questi fenomeni dell’opinione pubblica. E l’altra, strettamente connessa alla prima, rappresentata dal perdurare di un atteggiamento di stigma e di riprovazione sociale per cui il problema è sempre di “altri”, di una fascia sociale ritenuta ben determinata e “diversa” dalla nostra di cui non ci dobbiamo interessare.

Lei ha parlato di “dipendenze patologiche”, perché usa questo termine?

Nell’accezione comune, che ancora perdura, il concetto di dipendenza è stato limitato all’alcol ed alle droghe, a causa anche dell’imponenza dei problemi a loro connessi. Negli ultimi anni, invece, il concetto di dipendenza si è allargato fino a comprendere tutti quei comportamenti di dipendenza che si traducono in comportamenti compulsivi o d’abuso come, ad esempio, il gioco d’azzardo compulsivo (“gamblerismo”, definito anche come Gap, Gioco di Azzardo Patologico). Da qui il termine più inclusivo di “dipendenza patologica” in uso più di recente al posto del termine “tossicodipendenza”.

Qual è la dimensione epidemiologica del fenomeno droga e alcol in Italia?

La dimensione epidemiologica è difficilmente quantificabile. Provando a citare stime non recenti ma attendibili, in Italia sarebbero circa 300mila i consumatori di sostanze psicoattive con bisogno di cura. Mentre sarebbero circa 1 milione gli alcolisti secondo il rapporto dell’Osservatorio nazionale Alcol-Oss.FAD dell’Istituto Superiore di Sanità. I dati del Ministero della Salute nel 2006 dicevano che nei circa 550 Ser.T. presenti in Italia sono state seguite circa 180mila persone. Nello stesso anno gli alcolisti seguiti dai Ser.T. e dalle Strutture Alcologiche sono stati 61.656, in continuo aumento rispetto agli altri anni.

Quali sono i dati epidemiologici relativi alla Basilicata?

Possiamo citare dati non recenti, ma comunque utili per la definizione di un quadro di realtà. I dati relativi alla B a s i l i c a t a riferiscono che nei 6 Ser.T. presenti nella nostra regione sono state assistite, nel 2006, 1179 persone residenti nel territorio lucano. Dati, riferiti al 2005, indicano che 85 persone sono state assistite nelle Comunità Terapeutiche di Basilicata. Nel 2006 gli alcolisti seguiti dai Ser.T. di Basilicata sono stati 405. I dati relativi alla Basilicata indicano numeri inferiori rispetto ad altre realtà regionali. Si tenga comunque conto della diversità demografica della nostra regione rispetto alle altre regioni d’Italia e della parzialità, come già sottolineato, dei dati acquisiti. Tali dati sono in ogni caso utili per comprendere che il “fenomeno droga” è presente nella nostra regione e tende ad adeguarsi ai nuovi contesti sociali e alle nuove tendenze comportamentali già presenti nel resto d’Italia.”

Quali sono le possibilità e le prospettive di intervento nel vostro campo di azione?

In questi ultimi anni la riflessione sulle esperienze e sulle conoscenze più innovative ha messo in risalto una rinnovata esigenza di affermare quella “etica del fare” che nasce dall’incontro di tutte quelle metodologie e di tutte quelle organizzazioni che si riconoscono in una rete comune di attività, con linguaggi ed obiettivi condivisi. Come sappiamo, l’etica è rendere al meglio il carattere delle persone. Questa “ricerca del meglio” deve informare, sempre più, anche l’attività assistenziale e clinica nel settore delle dipendenze patologiche per puntare a una dignità di cura nei riguardi dei soggetti interessati che allo stato attuale non viene riconosciuta. Fenomeni legati, come già detto, a una sorta di stigma e di riprovazione sociale, contribuiscono, infatti, a inficiare la cura della persona affetta da dipendenza patologica che spesso viene tuttora ancora identificata con lo sgradevole e ghettizzante termine di tossico o di alcolizzato. Quando usiamo questi termini è come se allentassimo ulteriormente la fune di quella mongolfiera che abbiamo prima citato con il pericolo di perdere, ancor di più, la vita umana e sociale di un individuo.

Intervista al Dr Donato Donnoli

 

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Via del sociale incrocia Via dei matti N°0

don uva

E ‘ sempre così… dentro ogni cosa, luogo o persona che racchiude una grande sofferenza si nasconde una dimensione nobile, e degna di nota. 

Questa è stata la riflessione che immediatamente mi è sorta spontanea quando un pomeriggio quasi per caso la nostra redazione si è incrociata con la realtà di un’associazione dal nome Via dei matti N°0. Il nome dell’associazione nasce da un desiderio di voler portare in quelle “Vie”, frequentate da chi comunemente definisce “Matti”, un linguaggio semplice, diretto, profondo e ricco di emozioni, allietando con gioia e creatività le loro giornate. E così, preso spunto dal ritornello di Sergio Endrigo, nasce “Via dei matti n.0”, l’associazione, costituita da un gruppo di volontari e operatori del settore, muove i suoi primi passi in una realtà complessa e intrisa di sofferenza: il Don Uva di Potenza. L’associazione, costituita da un gruppo di volontari e operatori del settore, muove i suoi primi passi in una realtà complessa e intrisa di sofferenza: il Don Uva di Potenza.

Le azioni, semplici e generose che vengono compiute ruotano intorno a laboratori socio-animativi e ricreativi, come la produzione di disegni e testi, o un laboratorio teatrale. Senza esaltate forme di ostentazione, l’associazione dona una fetta della propria settimana ai pazienti con disagio psichico, restituendo dove e qualora sia possibile una umanità con la dignità che merita. Chiacchierando con Carmen, un’educatrice volontaria, che mi raccontava del giorno in cui si recano al Don Uva per laccare le unghie delle donne che popolano i reparti, ho avuto la sensazione e la successiva certezza che il dono effettuato da Via dei matti N° 0 non ha un corrispettivo equo: quel dono, quel sorriso, quell’attenzione viene contraccambiato elevato all’ennesima potenza.

Ho ascoltato Carmen e ho riflettuto che anche gli amici di Via dei matti N°0 operano in modo rivoluzionario rispetto allo stato attuale delle cose, senza pregiudizi, senza né attacchi né difese verso chi da anni è impigliato nella malattia psichiatrica. In questo delicato momento sociale, dobbiamo ritornare a piccoli gesti semplici e proliferanti di positività, e magari anche sostenere questa associazione con uno smalto da unghie, dei colori, dei fogli, delle caramelle, un contributo economico, un abbraccio e un sorriso. Di certo, questo Natale avrà il sapore e la semplicità della solidarietà concreta.

«Io la vita l’ ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ ho goduta perché mi piace anche l’ inferno della vita, e la vita è spesso un inferno. Per me la vita è stata bella perché l’ ho pagata cara». Alda Merini, la poetessa folle che cantava l’ amore e gli esclusi.

             

M. B.

   

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Un futuro senza omofobia?

omofobia

Parto da una citazione di Albert Einstein: temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato da una generazione di idioti. Parole profetiche. Temo, anzi ne sono certa, che questo sia già accaduto.

Mi riferisco a quanto è accaduto al liceo di Nuoro, il liceo classico “Asproni “. Alcuni studenti di questo liceo usando appunto la tecnologia hanno pubblicato su Facebook una lista di studenti gay, accompagnatada volgarità e insulti, scherzi e battute di pessimo gusto. Ovviamente è esplosa una bufera dentro e fuori dal liceo.

Il preside e tutti i docenti hanno protestato fortemente, manifestando insieme agli studenti, anche indossando un maglietta bianca: si sono tutti presi per mano ragazzi con ragazze, ragazze con ragazze e ragazzi con ragazzi.

Gli omosessuali oggetto di queste oscenità da parte di un gruppetto di “bulli idioti” non sono stati lì a guardare. Hanno reagito e, ascoltati dalle istituzioni, sono riusciti a fare chiudere la pagina Facebook e far sì che la polizia potesse indagare per identificare i responsabili di queste vergognose mancanze di rispetto e lesiva della dignità di altri esseri umani e della loro diversità.

Cose di questo genere le sentiamo tutti i giorni . Continuiamo a dirci che episodi simili non devono più ripetersi, che bisogna fare in modo che tutti possano contrastare l’intolleranza in tutte le sue forme.

È un problema culturale che va risolto ed è necessario che i nostri politici si impegnino anche su questo punto. Occorre una legge contro l’omofobia, ma soprattutto bisogna anche dare dei limiti a ciò che viene pubblicato in rete, da parte di idioti” che usano la tecnologia a scopo offensivo e vigliaccamente lo fanno nascondendosi dietro lo schermo di un computer.

È inutile dire che sono sdegnata, dispiaciuta, rammaricata e anche molto preoccupata perché vedo che dietro agli episodi di intolleranza nei confronti del “diverso” in tutti i suoi aspetti, spesso e volentieri, ci sono giovani che in questi gesti mostrano grandi mancanze di valori, ma ancheun grande disagio. Ecco perché tutti insieme famiglie, scuola, istituzioni dobbiamo fare molto di più per cambiare questo ordine di cose.

I giovani rappresentano il futuro e il futuro che devono costruire per se stessi. E deve essere migliore di questo presente, in tutti i sensi.

Elvira Giocoli

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Con Malala imbracciamo libri e penne per i diritti

malala

Una bambina , un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”. Queste parole risuonano quasi come un motto, uno slogan, ma soprattutto un nutrimento per chi lotta per i diritti di tutti i bambini e le bambine del mondo. E chi ha avuto la possibilità di conoscere la storia di Malala Yousafzai , studentessa pakistana di 16 anni candidata al Premio Nobel per la pace, o dal suo blog, o dal suo libro “Io sono Malala” non può far altro che “impugnare libri e penne e voler apprendere ed essere addestrata bene nell’uso delle armi della conoscenza”(Malala).

Con voto unanime, l’organo del Parlamento europeo che riunisce tutti i capogruppo ha deciso di conferire a Malala il premio Sakharov, dal nome del dissidente sovietico, che omaggia la libertà di pensiero.

Nota per il suo attivismo nella lotta per i diritti civili e per il diritto allo studio delle donne della città di Mingora, nella valle dello Swat, dove un editto dei talebani ne ha bandito il diritto, già all’età di tredici anni è diventata celebre per il blog, da lei curato per la BBC, nel quale documentava il regime dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne, e la loro occupazione militare del distretto dello Swat.

Il 9 ottobre 2012 è stata gravemente ferita alla testa e al collo da uomini armati saliti a bordo del pullman scolastico su cui lei tornava a casa da scuola. Il portavoce dei talebani pakistani ha rivendicato la responsabilità dell’attentato, sostenendo che la ragazza “è il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”; il leader terrorista ha poi minacciato che, qualora sopravvissuta, sarebbe stata nuovamente oggetto di attentati. La ragazza, sopravvissuta all’attentato dopo la rimozione chirurgica dei proiettili, è stata in seguito trasferita in un ospedale di Londra che si è offerto di curarla.

Nel luglio successivo parla alle Nazioni Unite: “Sono qui e oggi parlo per tutti coloro che non possono far sentire la propria voce, pensavano che quel proiettile ci avrebbe fatto tacere per sempre, ma hanno fallito”. Mi ha profondamente colpita la storia e lo spirito di Malala, e come terapeuta familiare e come madre mi sono chiesta quale “albero” avesse prodotto questo frutto raro. Ho letto il suo libro con attenzione, da cui perfettamente si evince l’amore per il sapere, e la cultura trasmesso nel Dna a Malala dai suoi genitori, poi, la sicurezza di essere nel giusto e la voglia di battersi per chi voce non ne ha, hanno fatto il resto. Dunque mi sono detta che come genitori, come educatori ma soprattutto come cittadini sociali, in questa Italia che come i Talebani mortifica il diritto allo studio, sedando le giovani menti, abbiamo il dovere di sostenere, i nostri figli “imbracciando insieme a loro libri e penne”. Intorno a noi attendono, spesso invano, piccoli germogli dello spirito di Malala che hanno bisogno di essere sostenuti soprattutto con l’esempio di amore per la cultura, e poco importa se alle pareti delle nostre case sono appesi o no titoli di studio; è necessario sentirsi parte attiva ma soprattutto mente pensante che si questiona sul perché e sul come questa Italia è al punto in cui si trova. Stèphane Hessel nel suo celebre “Indignatevi!” grida che “è necessario che l’indignazione si trasformi in un vero impegno”. Con fermezza e con umiltà aggiungerei: Cominciamo nelle nostre case e con i nostri figli”.

Maria Elena Bencivenga

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Se potessi nascere di nuovo

se potessi

Se potessi nascere di nuovo, cambierei completamente vita”. “Se potessi nascere di nuovo, farei tutto allo stesso modo”. “ Se potessi nascere di nuovo…”.

In quel “se” che inaugura la forma ipotetica delle nostre due frasi, antitetiche solo per l’apodosi, c’è l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega della nostra speranza di nascere di nuovo. E benché l’illusione sia una componente consolatoria del nostro pensiero, siamo sufficientemente disillusi per ammettere che, no, non possiamo nascere di nuovo o, almeno, non fisicamente e non su questa terra.

Ognuno di noi è nato, nasce o nascerà in quell’unico miracoloso istante in cui viene alla luce, affermando il suo esserci con quel vagito che è sollievo e gioia per ogni madre.

Eppure, se nascere è esperienza unica e irripetibile, rinascere (quasi come se fossimo l’araba fenice) è, invece, possibile e lo è tutte le volte che lo vogliamo e tutte le volte che cerchiamo di renderlo possibile accettando che muoia qualcosa perché nasca qualcos’altro.

A volte a morire è semplicemente un’idea che sacrifichiamo per far nascere un’altra idea, più convincente e più illuminante della precedente. Altre volte a morire è un sentimento, lasciato senza nutrimento o sostituito da un sentimento più forte che ci dà la sensazione di rinascere.

Ma a fare davvero la differenza sono le nostre scelte quelle di ogni giorno e quelle dei momenti fatidici della nostra vita.

Quante volte abbiamo sentito il desiderio di cambiare, cominciando da abitudini e atteggiamenti, per poi finire con il rivoluzionare o quasi la nostra vita?! Certo, per potervi riuscire occorre coraggio e quello non sempre c’è. Ma lo sapeva bene don Abbondio, lui, pusillanime per antonomasia, “vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”. Ma lo sapeva bene anche Zeno Cosini, personaggio sveviano, noto per la sua inettitudine e per quell’ultima sigaretta che non è mai l’ultima, visto che è lui stesso a dirci che passa da “sigaretta a proposito e da proposito a sigaretta”.  Si è fragili perché si è umani e si è umani perché si è fragili ma per poter rinascere la forza bisogna trovarla, quella forza che fa dire a Pablo Neruda “Sono rinato molte volte, dal fondo di stelle sconfitte ricostruendo il filo delle eternità che ho popolato con le mie mani”.

E’ forza anche quella di Ungaretti che durante “Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato”, nel vivo della devastante esperienza della guerra, ha il coraggio di scrivere “lettere piene d’amore” ammettendo di non essere “mai stato / tanto /attaccato alla vita”. E che dire del nostro Dante e della sua “selva oscura”? Quante volte abbiamo anche noi smarrito “la diritta via”? E’ Dante a insegnarci che ci si può perdere e smarrire toccando l’abisso della nostra fragilità, ma poi ci si può ritrovare perché anche noi, come lui, possiamo uscire a “riveder le stelle” o, come direbbe Leopardi, possiamo gioire perché, dopo la tempesta, “il Sol… ritorna, ecco sorride / per li poggi e le ville”.

 

Gabriella Quaglia Martinelli

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EQUIPE


MARIAELENA BENCIVENGA

MARIAELENA BENCIVENGA

Presidente
DOMENICO MAGGI

DOMENICO MAGGI

Direttore C.P.I.
ANGELA BARAGLIA

ANGELA BARAGLIA

Operatore
CARMEN FUSCO

CARMEN FUSCO

Vice Direttore
DOMENICO MAROSCIA

DOMENICO MAROSCIA

Medico Chirurgo
MARIA LUCIA NOLE'

MARIA LUCIA NOLE'

Psicologa
PIERO GAROFOLI

PIERO GAROFOLI

Operatore
GIANLUCA GUIDA

GIANLUCA GUIDA

Operatore
SABATO ALVINO

SABATO ALVINO

Psicologo
AMEDEO SALVIA

AMEDEO SALVIA

Operatore
VINCENZO MARTINELLI

VINCENZO MARTINELLI

Presidente C.T.S.
FABRIZIO CERBASI

FABRIZIO CERBASI

Psicologo
DORA ROSA NAPPI

DORA ROSA NAPPI

Cuoca
LETIZIA TOMASIELLO

LETIZIA TOMASIELLO

Sociologa
GIOVANNI PICCINOCCHI

GIOVANNI PICCINOCCHI

Operatore
VINCENZO PIGNONE

VINCENZO PIGNONE

Operatore
FLAVIA SALVIA

FLAVIA SALVIA

Resp. Amministrazione
ANDREA BARRA

ANDREA BARRA

Psichiatra
FRANCESCA LUCIBELLO

FRANCESCA LUCIBELLO

Psicologa
LETIZIA MARTINELLI

LETIZIA MARTINELLI

Resp. Segretaria
FELICIANA FARENGA

FELICIANA FARENGA

Educatore
LAURA LA TORRE

LAURA LA TORRE

Operatore
FABIO STEFANELLI

FABIO STEFANELLI

Psicologo
GIANNOFRIO MASESSA

GIANNOFRIO MASESSA

Psichiatra
Indirizzo:
viale del basento, 102
85100 Potenza (PZ)
Telefono:
0971.601056 – 0971.1800833
Fax:
0971.506444
Cellulare:
338.9905806
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