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Via del sociale incrocia Via dei matti N°0

don uva

E ‘ sempre così… dentro ogni cosa, luogo o persona che racchiude una grande sofferenza si nasconde una dimensione nobile, e degna di nota. 

Questa è stata la riflessione che immediatamente mi è sorta spontanea quando un pomeriggio quasi per caso la nostra redazione si è incrociata con la realtà di un’associazione dal nome Via dei matti N°0. Il nome dell’associazione nasce da un desiderio di voler portare in quelle “Vie”, frequentate da chi comunemente definisce “Matti”, un linguaggio semplice, diretto, profondo e ricco di emozioni, allietando con gioia e creatività le loro giornate. E così, preso spunto dal ritornello di Sergio Endrigo, nasce “Via dei matti n.0”, l’associazione, costituita da un gruppo di volontari e operatori del settore, muove i suoi primi passi in una realtà complessa e intrisa di sofferenza: il Don Uva di Potenza. L’associazione, costituita da un gruppo di volontari e operatori del settore, muove i suoi primi passi in una realtà complessa e intrisa di sofferenza: il Don Uva di Potenza.

Le azioni, semplici e generose che vengono compiute ruotano intorno a laboratori socio-animativi e ricreativi, come la produzione di disegni e testi, o un laboratorio teatrale. Senza esaltate forme di ostentazione, l’associazione dona una fetta della propria settimana ai pazienti con disagio psichico, restituendo dove e qualora sia possibile una umanità con la dignità che merita. Chiacchierando con Carmen, un’educatrice volontaria, che mi raccontava del giorno in cui si recano al Don Uva per laccare le unghie delle donne che popolano i reparti, ho avuto la sensazione e la successiva certezza che il dono effettuato da Via dei matti N° 0 non ha un corrispettivo equo: quel dono, quel sorriso, quell’attenzione viene contraccambiato elevato all’ennesima potenza.

Ho ascoltato Carmen e ho riflettuto che anche gli amici di Via dei matti N°0 operano in modo rivoluzionario rispetto allo stato attuale delle cose, senza pregiudizi, senza né attacchi né difese verso chi da anni è impigliato nella malattia psichiatrica. In questo delicato momento sociale, dobbiamo ritornare a piccoli gesti semplici e proliferanti di positività, e magari anche sostenere questa associazione con uno smalto da unghie, dei colori, dei fogli, delle caramelle, un contributo economico, un abbraccio e un sorriso. Di certo, questo Natale avrà il sapore e la semplicità della solidarietà concreta.

«Io la vita l’ ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ ho goduta perché mi piace anche l’ inferno della vita, e la vita è spesso un inferno. Per me la vita è stata bella perché l’ ho pagata cara». Alda Merini, la poetessa folle che cantava l’ amore e gli esclusi.

             

M. B.

   

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Un futuro senza omofobia?

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Parto da una citazione di Albert Einstein: temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato da una generazione di idioti. Parole profetiche. Temo, anzi ne sono certa, che questo sia già accaduto.

Mi riferisco a quanto è accaduto al liceo di Nuoro, il liceo classico “Asproni “. Alcuni studenti di questo liceo usando appunto la tecnologia hanno pubblicato su Facebook una lista di studenti gay, accompagnatada volgarità e insulti, scherzi e battute di pessimo gusto. Ovviamente è esplosa una bufera dentro e fuori dal liceo.

Il preside e tutti i docenti hanno protestato fortemente, manifestando insieme agli studenti, anche indossando un maglietta bianca: si sono tutti presi per mano ragazzi con ragazze, ragazze con ragazze e ragazzi con ragazzi.

Gli omosessuali oggetto di queste oscenità da parte di un gruppetto di “bulli idioti” non sono stati lì a guardare. Hanno reagito e, ascoltati dalle istituzioni, sono riusciti a fare chiudere la pagina Facebook e far sì che la polizia potesse indagare per identificare i responsabili di queste vergognose mancanze di rispetto e lesiva della dignità di altri esseri umani e della loro diversità.

Cose di questo genere le sentiamo tutti i giorni . Continuiamo a dirci che episodi simili non devono più ripetersi, che bisogna fare in modo che tutti possano contrastare l’intolleranza in tutte le sue forme.

È un problema culturale che va risolto ed è necessario che i nostri politici si impegnino anche su questo punto. Occorre una legge contro l’omofobia, ma soprattutto bisogna anche dare dei limiti a ciò che viene pubblicato in rete, da parte di idioti” che usano la tecnologia a scopo offensivo e vigliaccamente lo fanno nascondendosi dietro lo schermo di un computer.

È inutile dire che sono sdegnata, dispiaciuta, rammaricata e anche molto preoccupata perché vedo che dietro agli episodi di intolleranza nei confronti del “diverso” in tutti i suoi aspetti, spesso e volentieri, ci sono giovani che in questi gesti mostrano grandi mancanze di valori, ma ancheun grande disagio. Ecco perché tutti insieme famiglie, scuola, istituzioni dobbiamo fare molto di più per cambiare questo ordine di cose.

I giovani rappresentano il futuro e il futuro che devono costruire per se stessi. E deve essere migliore di questo presente, in tutti i sensi.

Elvira Giocoli

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Con Malala imbracciamo libri e penne per i diritti

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Una bambina , un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”. Queste parole risuonano quasi come un motto, uno slogan, ma soprattutto un nutrimento per chi lotta per i diritti di tutti i bambini e le bambine del mondo. E chi ha avuto la possibilità di conoscere la storia di Malala Yousafzai , studentessa pakistana di 16 anni candidata al Premio Nobel per la pace, o dal suo blog, o dal suo libro “Io sono Malala” non può far altro che “impugnare libri e penne e voler apprendere ed essere addestrata bene nell’uso delle armi della conoscenza”(Malala).

Con voto unanime, l’organo del Parlamento europeo che riunisce tutti i capogruppo ha deciso di conferire a Malala il premio Sakharov, dal nome del dissidente sovietico, che omaggia la libertà di pensiero.

Nota per il suo attivismo nella lotta per i diritti civili e per il diritto allo studio delle donne della città di Mingora, nella valle dello Swat, dove un editto dei talebani ne ha bandito il diritto, già all’età di tredici anni è diventata celebre per il blog, da lei curato per la BBC, nel quale documentava il regime dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne, e la loro occupazione militare del distretto dello Swat.

Il 9 ottobre 2012 è stata gravemente ferita alla testa e al collo da uomini armati saliti a bordo del pullman scolastico su cui lei tornava a casa da scuola. Il portavoce dei talebani pakistani ha rivendicato la responsabilità dell’attentato, sostenendo che la ragazza “è il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”; il leader terrorista ha poi minacciato che, qualora sopravvissuta, sarebbe stata nuovamente oggetto di attentati. La ragazza, sopravvissuta all’attentato dopo la rimozione chirurgica dei proiettili, è stata in seguito trasferita in un ospedale di Londra che si è offerto di curarla.

Nel luglio successivo parla alle Nazioni Unite: “Sono qui e oggi parlo per tutti coloro che non possono far sentire la propria voce, pensavano che quel proiettile ci avrebbe fatto tacere per sempre, ma hanno fallito”. Mi ha profondamente colpita la storia e lo spirito di Malala, e come terapeuta familiare e come madre mi sono chiesta quale “albero” avesse prodotto questo frutto raro. Ho letto il suo libro con attenzione, da cui perfettamente si evince l’amore per il sapere, e la cultura trasmesso nel Dna a Malala dai suoi genitori, poi, la sicurezza di essere nel giusto e la voglia di battersi per chi voce non ne ha, hanno fatto il resto. Dunque mi sono detta che come genitori, come educatori ma soprattutto come cittadini sociali, in questa Italia che come i Talebani mortifica il diritto allo studio, sedando le giovani menti, abbiamo il dovere di sostenere, i nostri figli “imbracciando insieme a loro libri e penne”. Intorno a noi attendono, spesso invano, piccoli germogli dello spirito di Malala che hanno bisogno di essere sostenuti soprattutto con l’esempio di amore per la cultura, e poco importa se alle pareti delle nostre case sono appesi o no titoli di studio; è necessario sentirsi parte attiva ma soprattutto mente pensante che si questiona sul perché e sul come questa Italia è al punto in cui si trova. Stèphane Hessel nel suo celebre “Indignatevi!” grida che “è necessario che l’indignazione si trasformi in un vero impegno”. Con fermezza e con umiltà aggiungerei: Cominciamo nelle nostre case e con i nostri figli”.

Maria Elena Bencivenga

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Se potessi nascere di nuovo

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Se potessi nascere di nuovo, cambierei completamente vita”. “Se potessi nascere di nuovo, farei tutto allo stesso modo”. “ Se potessi nascere di nuovo…”.

In quel “se” che inaugura la forma ipotetica delle nostre due frasi, antitetiche solo per l’apodosi, c’è l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega della nostra speranza di nascere di nuovo. E benché l’illusione sia una componente consolatoria del nostro pensiero, siamo sufficientemente disillusi per ammettere che, no, non possiamo nascere di nuovo o, almeno, non fisicamente e non su questa terra.

Ognuno di noi è nato, nasce o nascerà in quell’unico miracoloso istante in cui viene alla luce, affermando il suo esserci con quel vagito che è sollievo e gioia per ogni madre.

Eppure, se nascere è esperienza unica e irripetibile, rinascere (quasi come se fossimo l’araba fenice) è, invece, possibile e lo è tutte le volte che lo vogliamo e tutte le volte che cerchiamo di renderlo possibile accettando che muoia qualcosa perché nasca qualcos’altro.

A volte a morire è semplicemente un’idea che sacrifichiamo per far nascere un’altra idea, più convincente e più illuminante della precedente. Altre volte a morire è un sentimento, lasciato senza nutrimento o sostituito da un sentimento più forte che ci dà la sensazione di rinascere.

Ma a fare davvero la differenza sono le nostre scelte quelle di ogni giorno e quelle dei momenti fatidici della nostra vita.

Quante volte abbiamo sentito il desiderio di cambiare, cominciando da abitudini e atteggiamenti, per poi finire con il rivoluzionare o quasi la nostra vita?! Certo, per potervi riuscire occorre coraggio e quello non sempre c’è. Ma lo sapeva bene don Abbondio, lui, pusillanime per antonomasia, “vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”. Ma lo sapeva bene anche Zeno Cosini, personaggio sveviano, noto per la sua inettitudine e per quell’ultima sigaretta che non è mai l’ultima, visto che è lui stesso a dirci che passa da “sigaretta a proposito e da proposito a sigaretta”.  Si è fragili perché si è umani e si è umani perché si è fragili ma per poter rinascere la forza bisogna trovarla, quella forza che fa dire a Pablo Neruda “Sono rinato molte volte, dal fondo di stelle sconfitte ricostruendo il filo delle eternità che ho popolato con le mie mani”.

E’ forza anche quella di Ungaretti che durante “Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato”, nel vivo della devastante esperienza della guerra, ha il coraggio di scrivere “lettere piene d’amore” ammettendo di non essere “mai stato / tanto /attaccato alla vita”. E che dire del nostro Dante e della sua “selva oscura”? Quante volte abbiamo anche noi smarrito “la diritta via”? E’ Dante a insegnarci che ci si può perdere e smarrire toccando l’abisso della nostra fragilità, ma poi ci si può ritrovare perché anche noi, come lui, possiamo uscire a “riveder le stelle” o, come direbbe Leopardi, possiamo gioire perché, dopo la tempesta, “il Sol… ritorna, ecco sorride / per li poggi e le ville”.

 

Gabriella Quaglia Martinelli

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Resilienza: da crisi a risorsa

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In particolari situazioni di crisi e di disagio persistenti persone e famiglie tendono a disgregarsi. E non è certo questo il “dato sorprendente” su cui vorrei si soffermasse l’attenzione del lettore.

Agli occhi di chi vive il sociale, ma altrettanto agli occhi attenti di chi osserva, è sorprendente come molte persone escano rafforzate e arricchite dalle medesime avversità. Il termine giusto che indica questa capacità di adattarsi alle avversità è “resilienza”, termine derivato dalla scienza dei materiali e che indica la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione. In psicologia connota proprio la capacità delle persone di far fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà. Avere un alto livello di resilienza non significa non sperimentare affatto le difficoltà o gli stress della vita, o essere infallibili, ma disposti al cambiamento quando necessario; disposti a pensare di poter sbagliare, ma anche di poter correggere la rotta. L’accento sulla resilienza sposta, quindi, la prospettiva di osservazione dalla famiglia o individuo in difficoltà, da una visione centrata esclusivamente sul danno ad una visione che ne sottolinea gli aspetti di disagio riconoscendo loro un potenziale positivo di evoluzione e di recupero.

Le persone che meglio riescono a fronteggiare le contrarietà della vita, quelle più resilienti appunto, mostrano contemporaneamente tre tratti di personalità: l’impegno, ovvero la tendenza a lasciarsi coinvolgere nelle attività; il controllo, avere cioè la convinzione di poter dominare in qualche modo ciò che si fa o le iniziative che si prendono, ovvero la convinzione di non essere in balia degli eventi; il gusto per le sfide, o meglio la disposizione ad accettare i cambiamenti.

La resilienza non è una caratteristica che le persone hanno oppure no. Riguarda comportamenti pensieri e azioni che chiunque può imparare e sviluppare. 

Spesso nel mio lavoro mi sono chiesto cosa, chi, e quale miglior modo potesse determinare un alto livello di resilienza. Dalla mia posizione privilegiata di osservatore di mutamenti degli animi umani e delle loro relazioni, oggi posso dire con certezza che tra i fattori che favoriscono la resilienza primo fra tutti c’è la presenza all’interno come all’esterno della famiglia di relazioni con persone premurose e solidali. Questo tipo di relazioni crea un clima di amore e di fiducia, e fornisce incoraggiamento e rassicurazione favorendo, così, l’accrescimento del livello di resilienza. Nelle nostre strutture tale clima è il “binario” su cui facciamo scorrere altri necessari “vagoni”: una visione positiva di sé ed una buona consapevolezza dei punti di forza del proprio carattere; la capacità di porsi traguardi realistici e di pianificare passi graduali per il loro raggiungimento; adeguate capacità comunicative e di “problem solving”; una buona capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni. Tali vagoni” messi insieme danno vita a quel treno che chiamiamo appunto persona resiliente, ma che io, emozionandomi sempre, chiamo anche i miracoli della vita.

Maggi Mimmo

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Non più fate ignoranti

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“Quando meno ce lo aspettiamo, la vita ci pone davanti una sfida, per provare il nostro coraggio e la nostra volontà di cambiamento”

 (Paolo Coelho)

                                                                                                                                                                                                                                                                                             

Il passato, il presente e il futuro di ogni individuo sono la conseguenza di infinite e variegate azioni in cui giocano un ruolo fondamentale le fate ignoranti: sono quelle persone che, inconsapevolmente, contribuiscono a modificare la nostra vita in modo quasi magico e cosa è in fondo un cambiamento, se non una rinascita per una nuova vita, una nuova strada, una nuova scelta? 

Numerose sono le fate ignoranti che hanno contribuito a far di me ciò che sono oggi, ma sicuramente mio padre è una figura fondamentale: non avrebbe mai immaginato la passione suscitatami a nove anni da un banale dono, un fascicolo d’inglese, e se fosse vissuto ancora sarebbe rimasto sorpreso dal cambiamento e dal rinnovamento iniziato grazie a quel regalo e dalle conseguenze che ha comportato per quella bambina che oggi è ormai una donna..

Una donna che ora lavora per una meravigliosa struttura “incantata” per un’istituzione che ha come finalità ultima il cambiamento e la rinascita di un individuo: la scuola. Meravigliose sono le magie che potrebbe compiere questa bellissima fata guidando migliaia, milioni di persone a incessanti e successivi risvegli grazie a continui cambiamenti. Una straordinaria rinascita, ad esempio, è la scoperta di un nuovo mondo, quello dei libri, : un bambino che impara a leggere e scrivere è il protagonista di un incredibile incanto che gli consentirà di “risorgere” e di vivere consapevolmente un mondo per lui sino a quel momento sconosciuto. E che dire del prodigio del voto, della nuova vita a cui può condurre una valutazione, un compito, un’interrogazione? E della nuova vita che può realizzarsi  con uno sguardo del nostro maestro, un’incitazione della professoressa, una passione del nostro insegnante?

Eppure troppo spesso, la scuola si pone come una fata ignorante, in grado di mutare profondamente il cammino di un individuo, in modo magico appunto, ma ignorando l’effettivo esito delle sue azioni.

Chiunque operi nel mondo della scuola deve essere consapevole delle potenzialità e delle responsabilità che si hanno nel compiere questi prodigi cambiando così il corso della vita dei bambini, dei ragazzi, dei futuri cittadini del mondo. Solo così le lezioni, gli insegnamenti, le discussioni potranno essere potentissime bacchette magiche in grado di sostenere i ragazzi nella volontà di trasformarsi e di rinascere ad ogni ostacolo, sfida o prova della vita: ma siamo preparati a vedere gli effetti dei nostri incantesimi?

  Giovanna Gallo –  Istituto Comprensivo L. Sinisgalli – Potenza  

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I motivi perchè le coppie si attraggono…

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A cura del Comitato Tecnico Scientifico dell’Associazione Insieme                                             

Quelli che si innamorano di pratica senza scienza

sono come il nocchiere che entra in naviglio

senza timone o bussola,

che non ha certezza di dove vada”

(Leonardo Da Vinci)

                                 

Introduzione

Nella nostra epoca, caratterizzata da una forte tendenza all’individualismo e alla realizzazione personale, la relazione di coppia, più che un’alleanza, diventa spesso una questione di autorealizzazione espressiva personale tra due individui che si scelgono nell’illusione di soddisfare, attraverso l’altro, i propri antichi bisogni. Le coppie, infatti, stipulano un contratto simile ad un iceberg in cui la parte emersa è costituita da norme esplicite ed accordi consapevoli e quella sommersa da vincoli non consapevoli di natura affettivo-emotiva. Questi ultimi, che riguardano la necessità di convalidare attraverso l’altro l’immagine di se e dei propri bisogni, sono spesso l’unico elemento su cui si fonda il legame di coppia. Il rischio che prevalga la parte sommersa, senza riuscire a rinegoziarla nel tempo, comporta che le relazioni di coppia non durino, ma assumano quelle caratteristiche di temporalità provvisoria che ritroviamo in molte delle unioni di oggi. Nei paragrafi successivi analizzeremo le dimensioni esplicite ed implicite su cui si fonda la coppia e il rischio legato al non riconoscere l’altro nella sua individualità

Il patto coniugale ed i suoi elementi costitutivi

La forte sensazione di essere attratti da un’altra persona per le sue caratteristiche fisiche e sessuali, è uno degli elementi centrali che ci fa avvicinare all’altro e che caratterizza la fase dell’amore passionale. Questa rappresenta un importante catalizzatore dell’innamoramento, ma non necessariamente è la molla del coinvolgimento affettivo profondo e duraturo. In realtà, ciò che è attraente fisicamente non è universale ed è diverso per gli uomini e per le donne. Nella valutazione della bellezza, infatti, ritroviamo fattori biologici, culturali e psicologici. E’ per questo che l’attrazione fisica tra le persone viene segnalata soprattutto attraverso una serie di messaggi non verbali: quanto si dice parlando è meno importante di come lo si comunica. Oltre all’attrazione fisica come elemento che fa avvicinare due persone, la coppia per costruire una relazione deve mettere in gioco altre variabili. Infatti, il rapporto deve fondarsi su un patto fiduciario in cui si dà risalto all’intimità tra i partner. L’intimità diventa struttura fondamentale della vita insieme (convivenza, matrimonio). Con essa si intende la capacità di ciascuno dei partner di manifestare all’altro ciò che prova, pensa e sente,aspettandosi di ricevere empatia, comprensione, condivisione e sostegno. Oltre all’intimità, il patto si fonda sulla costruzione di una realtà condivisa, dove vivere insieme significa condividere il tempo, le emozioni, le esperienze, la gioia, i dolori e le incomprensioni fisiologiche, con un approccio dinamico ed empatico. Si costruisce poi su un sistema di credenze condiviso (le credenze quali informazioni coscienti ed inconsce che abbiamo accettato per vere, che formano la struttura della nostra personalità e costituiscono la base del nostro comportamento e della nostra etica) e sulla costante coscienza della realtà e della pianificazione del futuro (il progetto di vita insieme). Nello specifico, gli elementi costitutivi del patto coniugale sono:

  • la consensualità, intesa come conformità di voleri e di opinioni. Nella pratica si esprime attraverso l’ approvazione reciproca dei coniugi;

  • la consapevolezza, entrambidovrebbero esserecoscienti e informati riguardo i valori morali che ispirano la condotta e quindi suscettibili di valutazione e di giudizio. Nella coppia, se i partner sono consapevoli ognuno del proprio sistema di valori, è possibile costruire insieme il sistema di valori di coppia;

  • l’impegno a rispettare il patto stesso. Richiede nel tempo una comunicazione sincera, simmetrica e complementare, libera dalla paura del giudizio dell’altro sui propri punti di vista e sulle proprie opinioni che possono adeguarsi e, quindi, cambiare in funzione della maturità individuale e della coppia;

  • la delineazione di un fine, inteso come il risultato a cui mira la coppia.

 Tra patto segreto e patto dichiarato

Il patto coniugale, in realtà, si colloca lungo una doppia dimensione. Da un lato comprende la dichiarazione esplicita di impegnarsi a rispettarlo e di sentirsi attratti da ciò che l’altro fa vedere chiaramente di se all’esterno. Dall’altro si caratterizza per la presenza di una dimensione inconsapevole di attrazione verso l’altro. Contiene così in se un patto dichiarato (ESPLICITO) e un patto coniugale segreto (INCONSAPEVOLE). Il patto coniugale dichiaratoè una dichiarazione di impegno nella relazione, formulata esplicitamente e pubblicamente nel rito del matrimonio, dove la valenza etica del vincolo reciproco è espressa attraverso una promessa di fedeltà nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Può essere cosciente e rilanciabile nel tempo, o assunto in maniera formale e, quindi, essere molto fragile. Esso è cosciente e ben assimilato dai componenti della coppia, quando è interiorizzato sia dal punto di vista affettivo che cognitivo e quando i due si impegnano concretamente nella sua realizzazione. E’, invece, un patto fragile quando la capacità di investimento nella relazione coniugale è debole, il rapporto è meramente basato su un contratto (si pensi ai matrimoni combinati per avere la cittadinanza) e non su un profondo investimento emotivo.Il patto coniugale segreto, invece, non è comunicato esplicitamente al partner e, forse di esso non è consapevole neppure la persona. Si trova , infatti, racchiuso in una linea di confine tra il conscio e l’inconscio di ogni componente della coppia. Nella relazione di coppia è perciò frutto di un intreccio inconsapevole, su base affettiva, di un incastro di bisogni, paure, speranze personali che i coniugi si aspettano di soddisfare attraverso il partner e, più in generale, attraverso il rapporto di coppia. E’ questo insieme di aspettative che spingono alla scelta reciproca. In particolare ognuno dei partner si aspetterà che l’altro corrisponda al partner ideale, capace di soddisfare le aspettative personali di intimità e coesione e di convalidare quell’immagine di sé strutturatasi nella propria famiglia di origine e riproposta nella relazione con l’altro. La natura e le aspettative di come esse si realizzeranno nella relazione di coppia, trova origine anche nella storia pregressa dei partner e nei modelli genitoriali assorbiti da ognuno di loro. Nessuna coppia, infatti, inizia un rapporto a partire da zero. Ciascun individuo ha un sistema di credenze e aspettative nei confronti della relazione duale che si è strutturata ad iniziare dalla esperienza dei genitori nella famiglia d’origine e dalle esperienze maturate nelle generazioni passate, da cui i genitori a loro volta hanno preso spunto. Più precisamente, l’influenza della famiglia di origine sembra riguardare soprattutto i valori (che cosa è una buona moglie, che cosa è un buon marito), le funzioni (relative ai comportamenti) e il mandato familiare (il compito assegnato ad ogni membro della famiglia, come padre autoritario e lavoratore, madre comprensiva e casalinga, figli ubbidienti). Quando il mandato familiare prevale sui bisogni individuali, la scelta del partner si orienta verso caratteristiche esteriori, come posizione e prestigio sociale, etc, o tende a soddisfare bisogni appartenenti ai genitori. Non è raro, infatti, che alcune madri desiderano fortemente per la propria figlia un uomo in grado di garantire il prestigio sociale che la madre non è riuscita ad ottenere. E’, quindi, evidente come le influenze sul piano verticale si ripercuotano inevitabilmente su quello orizzontale.

Patto segreto: praticabile, impraticabile o rigido

Fondandosi su dinamiche inconsce, il patto segreto può essere praticabile, impraticabile o rigido. Il patto segreto praticabile, risulta flessibile, può essere riformulato secondo il mutamento dei bisogni affettivi e delle attese delle persone lungo il percorso di vita. Ciò che lo rende un patto praticabile è proprio la sua capacità adattiva, cioè di cambiare in rapporto alle mutevoli situazioni del ciclo di vita della famiglia, al cambiamento delle sue funzioni nel fronteggiare e superare le situazioni di crisi o, più semplicemente, i compiti di sviluppo della coppia coniugale. Il patto segreto impraticabilesi fonda invece sull’impraticabilità. In esso l’intesa è nulla e lo scambio è impossibile. L’altro partner non è percepito nella sua realtà e nel suo bisogno, il mondo psichico della coppia è costituito da uno sfruttamento reciproco e da bisogni esclusivamente individuali. E’ tipico delle relazioni perverse in cui un partner tenta di avere il dominio e la sudditanza sull’altro che, a sua volta, o ha la stessa logica o la apprende. Nel patto segreto rigido, avviene lo scambio tra i partner, ma nella evoluzione dei bisogni reciproci, l’intesa segreta si consuma. E’ rigido proprio perché non può essere rilanciato. Quando infatti si è esaurita la soddisfazione di quella particolare forma di incastro tra i vari bisogni dei partner, si genera la corrosione del legame. È il caso, per esempio, di quei coniugi che concentrano tutte le loro risorse ed interessi nell’educazione di un figlio, trascurando i compiti di sviluppo sul piano coniugale. Quando il figlio diviene adulto e i genitori vivono la condizione del nido vuoto, non riescono a riscoprirsi partner, giungendo spesso alla separazione.

 Dalla “illusione”alla “disillussione”

Da quanto detto, è evidente come la vicissitudine del legame di coppia è frutto della confluenza tra i due patti, dichiarati e segreti di entrambi i partner che, incastrandosi, danno luogo ad una forma specifica ed unica di relazione di coppia. Questa transizione implica il superare la iniziale attrattiva sessuale come fonte di legame e l’investire nella costruzione di una identità di coppia. Ciò comporta il poter reimpostare il patto iniziale legato alla fase dell’innamoramento e all’illusione di un partner immaginario e non visto nelle sue caratteristiche reali, affrontando le proprie eventuali delusioni e muovendosi in modo che l’accordo iniziale sia disatteso e rinegoziato. In assenza di ciò, sottolinea Cancrini, la delusione prenderà piede nella coppia, impedendole di andare avanti; il patto non potrà essere rilanciato ne rinegoziato. La fase, infatti, di un cuore e un’anima, pur essendo un ingrediente necessario nel periodo di innamoramento, deve risolversi attraverso un processo depressivo di presa di contatto con la realtà, nel recupero di un’identità personale per ciascun membro, nel prodursi di una stato di separazione, di individuazione e di appartenenza ad un mondo interno strutturato, pur nel contatto affettivo-emotivo con l’altro. Spesso, però questo passaggio non avviene nella coppia. Questa comincia così a vivere forti momenti di crisi che, non di rado, rimane a livello del non detto. Infatti quando la situazione è elusa dalla coppia, questa può spostare la problematicità su oggetti esterni, individuati come responsabili dell’infelicità e dell’incomprensione. In realtà, sia il meccanismo della proiezione sull’esterno che la produzione di piccoli o grandi sintomi, non hanno altro che la funzione di evitare il contatto con le proprie angosce ed insoddisfazioni sia interne che relazionali. Solo se ognuno dei componenti della coppia imparerà a ridefinire i propri bisogni interni e, contemporaneamente, a vedere il partner per quello che è veramente, con pregi e difetti, la relazione potrà essere vissuta e ri-vissuta nel tempo come unione, valorizzando l’alleanza cooperativa tra i coniugi. A tal proposito, Froma Walsh, afferma: “Le persone hanno bisogno di tre matrimoni: in giovinezza un amore romantico e appassionato; per allevare i figli un rapporto con responsabilità condivise; più tardi nella vita un rapporto con un compagno con forti capacità affettive e di accudimento reciproco. Piuttosto che di nuovi partner le persone hanno bisogno di cambiare il contratto relazionale a seconda del diverse fasi del ciclo di vita, dal momento che le cose necessarie per il soddisfacimento all’interno di un rapporto cambiano nel corso del tempo anche al variare dei requisiti familiari”.

A cura del Comitato Tecnico Scientifico dell’Associazione Insieme    

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“Potenza città sociale” un Ponte tra dentro e fuori

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Il passaggio a livello si è chiuso dietro di me. Sono stato fortunato altrimenti avrei dovuto aspettare accanto al serpente di macchine che inizia a formarsi, me ne accorgo dal maledetto suono dei clacson di chi non ha pazienza nemmeno per godersi il sole che per la prima volta quest’anno sembra affacciarsi in città. Per caso do un’occhiata al cellulare, sono le dodici e venti, troppo presto per il pranzo ma troppo tardi ormai per visitare il Centro Polifunzionale Integrato “Potenza Città Sociale” dell’associazione insieme. Poco male, avrò tempo di farlo dopo mangiato. E’ strano vedere il distacco che c’è tra il “dentro” e il “fuori”, tra il trantran quotidiano scandito da pause pranzo, automobili incolonnate e nevrotici che scappano in attesa di rinchiudersi nelle abitazioni, e quel mondo recintato, fatto di casette a schiera colorate, il cui guardiano è un volpino bianco che si muove con la sicurezza di un leone. Difficile da descrivere. Là ci sono i ragazzi e ragazze, volontari e dipendenti, e si confondono, fino a non riuscire a riconoscere chi ci lavora da chi ci abita. Ognuno fa qualcosa. Mi viene da pensare che forse questo è il senso reale del termine comunità, non un modo abusato per definire uno spazio di risposta al disagio ma una pratica di stare insieme, di vivere spazi e relazioni in maniera diversa, più umana. Il tempo sembra scorrere diversamente rispetto a qualche minuto prima, dalla frenesia dell’ora di punta osservata prima di entrare si passa alla tranquillità dei gesti e delle azioni, alcuni stanno cucinando mentre altri sono intenti a rompere un muro, devono ingrandire una stanza, dicono, e le loro parole non sono per nulla appesantite dalla polvere che si alza a cumuli e dalla fatica del lavoro. Scherzano tra di loro, sono sereni. Mi sembra di assistere a una di quelle scene di vita che Borges ha mirabilmente descritto nella poesia “I Giusti”. Vedo uscire da prefabbricati posizionati di fronte al portone d’ingresso diverse figure, sono tutti ragazzi che hanno terminato l’attività nei laboratori. Chiedono cosa è stato preparato in cucina. D’altronde è ora di pranzo anche qui. Accendo una sigaretta e mi fermo ad osservare l’imponenza del ponte Musmeci che affianca la comunità. Sembra che la protegga dal resto della città, ed è paradossale che a farlo sia proprio un ponte, quasi a sancire un legame tra due mondi apparentemente diversi, Potenza e “Potenza Città Sociale” di Insieme. Già perchè la dentro ci sono persone che stanno affrontando un percorso di disintossicazione, di rinnovamento, di crescita. Donne e uomini che torneranno a vivere la città non più da invisibili, ma da protagonisti attivi. Dopo un ottimo pranzo inizio il mio giro “esplorativo” accompagnato da una ragazza bionda e dallo sguardo un po’ triste. La struttura interna l’ho già vista altre volte, conosco poco i laboratori di artigianato. Prima fermata il laboratorio di pittura, e poi la falegnameria, la sala relax, la bottega del cuoio. Incontro gente normale che avrei potuto conoscere senza problemi in un locale o per strada, chi è più espansivo, chi più diffidente, alcuni mi sembrano possedere uno spiccato talento artistico, altri si divertono ad assemblare oggetti e a provare a dargli forma compiuta. In una delle stanze i ragazzi ascoltano la radio mentre lavorano. C’è un pezzo di Vasco Rossi, Vita Spericolata, non l’ascoltavo da tempo..”Ognuno a rincorrere i suoi guai, ognuno col suo viaggio, ognuno diverso…”Dopo Borges e il Ponte ora tocca alla musica. Sembra la giornata delle metafore e dei richiami dell’inconscio. Mi viene da sorridere al pensiero delle diversità che si incontrano, dei problemi che la vita pone e delle strade possibili che scegliamo ogni momento. Penso alla fragilità che abitano questo posto e alle mie fragilità che quasi mai ho curato e trattato con la dolcezza che meritano. Forse come la maggior parte dei ragazzi che oggi sto incontrando. Forse ho avuto solo più fortuna, forse ho colto opportunità diverse e nient’altro. Non lo saprò mai. Intanto il tempo è trascorso, sono le tre ed è ora di iniziare la riunione di redazione del secondo numero di Via del Sociale, come quasi tutti i giovedì da qualche mese a questa parte. Questa volta però la vivo con maggiore serenità, mi sembra di non avere più niente da dimostrare, di essere in sintonia con il contesto che sto vivendo. Sono le cinque del pomeriggio, la riunione è finita, si torna a casa, dall’altra parte del cancello. In macchina osservo ancora una volta il Ponte, quello che ha unito viaggi diversi, almeno per oggi.

Parole come “dentro” o “fuori” hanno ormai poco senso nella mia testa.

 Di Ascanio Donadio

Caro Ascanio, le tue riflessioni, i tuoi vedere “oltre” mi hanno profondamente emozionato. E’ importante per noi che anche due occhi vispi e attenti, esterni all’organizzazione, vedano ciò che noi tutti quotidianamente vediamo. Il tuo racconto ha aggiunto ancora dignità e significato a tutte le vite che girano nelle nostre strutture. Grazie.

Dott. Mimmo Maggi

Direttore Centro polifunzionale integrato “Potenza Città Sociale”

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“Quando ti metterai in viaggio per Itaca”

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Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze. ……

…..Devi augurarti che la strada sia lunga.

Che i mattini d’estate siano tanti

quando nei porti,  finalmente e con che gioia

toccherai terra tu per la prima volta …

…Sempre devi avere in mente Itaca

raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

tratta da ITACA di Costantino Kavfis

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Dal disagio all’agio

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Potenza città. Lungo il fiume che attraversa il territorio potentino: viale Del Basento.  All’ ingresso del cancello, sempre aperto, c’è un cartello quasi a dare il benvenuto e il senso del luogo: Potenza Città Sociale, Centro Polifunzionale Integrato. Quasi come un augurio, una speranza che però da oltre due anni è divenuta prima progetto sperimentale e poi sempre più una possibile realtà. Una struttura di tre palazzine divise nella funzionalità ma unite architettonicamente. Due lunghi capannoni le fronteggiano quasi come due custodi e anelli di congiunzione tra esse e il fiume. Comunità terapeutico-riabilitativa “Insieme”, comunità terapeutico-riabilitativa femminile “Le Betulle”, centro di ascolto e counseling “Koinè”, S.I.L. ( Servizio di inserimento lavorativo), Botteghe Artigiane (restauro, cuoio, cucina, bigiotteria, serra), Laboratori protetti (informatico, musicale, sportivo). Insieme. Volutamente Insieme. La realizzazione del lavoro dell’associazione Insieme nasce infatti da un’ attenta osservazione e riflessione del territorio Potentino ad opera dell’equipe psico-pedagogica, che da anni mette in campo la propria professionalità. Anche agli occhi di chi non vive o mastica di sociale è chiaro che oggi non ci si trova più di fronte a domande uguali da parte di gruppi sociali omogenei. Ciò ha come conseguenza, evidente, l’obsolescenza delle strategie di intervento sociale “settoriale” orientate a fornire risposte rigide ed uniformi. Che lasciano in viale Del Basento il posto a risposte capaci di un “to care” complessivo. Ad un disagio complesso bisogna rispondere con una mente collettiva e complessa, ma non forzatamente complicata: un Centro Polifunzionale Integrato. Con la messa in rete delle competenze e delle abilità di soggetti che si occupano di aree di disagio specifiche, sta avvenendo la risposta a differenti disagi che non può che essere quella di una reale rivoluzione nell’ offerta dei servizi. Che sia capace di condurre oltre la progettualità di settore, che garantisca un collegamento tra le competenze e le risorse disponibili, che eviti le duplicazioni, che potenzi gli interventi in essere, che scambi abilità e operatività nella logica di un approccio realmente sistemico. Il Centro Polifunzionale Integrato permette così il miracolo che da problema si passi a risorsa, che il disagio possa essere crescita psichica, ma soprattutto che attraverso una continua osmosi con il territorio si possa realmente credere che il disagio e l’agio possano affiancarsi ed essere contributo reciproco. Nell’ andare via, quando poi il cancello sempre aperto lo lasciamo alle spalle, ci si sentirà una dignità propria e altrui rinvigorita e un pregiudizio ovviamente solo altrui fortemente assottigliato.

Maria Elena Bencivenga

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EQUIPE


MARIAELENA BENCIVENGA

MARIAELENA BENCIVENGA

Presidente
DOMENICO MAGGI

DOMENICO MAGGI

Direttore C.P.I.
ANGELA BARAGLIA

ANGELA BARAGLIA

Operatore
CARMEN FUSCO

CARMEN FUSCO

Vice Direttore
DOMENICO MAROSCIA

DOMENICO MAROSCIA

Medico Chirurgo
MARIA LUCIA NOLE'

MARIA LUCIA NOLE'

Psicologa
PIERO GAROFOLI

PIERO GAROFOLI

Operatore
GIANLUCA GUIDA

GIANLUCA GUIDA

Operatore
SABATO ALVINO

SABATO ALVINO

Psicologo
AMEDEO SALVIA

AMEDEO SALVIA

Operatore
VINCENZO MARTINELLI

VINCENZO MARTINELLI

Presidente C.T.S.
FABRIZIO CERBASI

FABRIZIO CERBASI

Psicologo
DORA ROSA NAPPI

DORA ROSA NAPPI

Cuoca
LETIZIA TOMASIELLO

LETIZIA TOMASIELLO

Sociologa
GIOVANNI PICCINOCCHI

GIOVANNI PICCINOCCHI

Operatore
VINCENZO PIGNONE

VINCENZO PIGNONE

Operatore
FLAVIA SALVIA

FLAVIA SALVIA

Resp. Amministrazione
ANDREA BARRA

ANDREA BARRA

Psichiatra
FRANCESCA LUCIBELLO

FRANCESCA LUCIBELLO

Psicologa
LETIZIA MARTINELLI

LETIZIA MARTINELLI

Resp. Segretaria
FELICIANA FARENGA

FELICIANA FARENGA

Educatore
LAURA LA TORRE

LAURA LA TORRE

Operatore
FABIO STEFANELLI

FABIO STEFANELLI

Psicologo
GIANNOFRIO MASESSA

GIANNOFRIO MASESSA

Psichiatra
Indirizzo:
viale del basento, 102
85100 Potenza (PZ)
Telefono:
0971.601056 – 0971.1800833
Fax:
0971.506444
Cellulare:
338.9905806
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