Dipendenza affettiva

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Il concetto di dipendenza affettiva, o love addiction, trova, tuttavia, molte similarità con la dipendenza da sostanze: iniziali euforia e desiderio sfrenato in presenza della persona amata o a oggetti ad essa legati; umore depresso, irritabilità, ansia e rabbia, anedonia e senso di vuoto quando subentra la separazione; pensieri ossessivi e attenzione quasi totalmente focalizzata sulla persona amata in sua assenza; modalità di relazione e di comportamento disfunzionali che portano a conseguenze negative, a vivere un disagio significativo e un senso di malessere, ma che vengono comunque mantenute. L’elemento più evidente, sul piano cognitivo, emotivo e comportamentale, di questo tipo di dipendenza consiste nella ricerca costante di figure protettive, accudenti e incoraggianti, con cui stabilire e mantenere un legame significativo e stabile nel tempo. Il bisogno di protezione costituisce il tema di fondo principale, alimentato da una profonda insicurezza per le proprie capacità e risorse, da credenze secondo cui la propria felicità dipende completamente dalla vicinanza di una persona forte e supportiva, e da conseguenti comportamenti sottomessi e adesivi. A seguito di un timore esagerato di rifiuti e perdite e dell’estrema ansia con cui viene vissuta la possibilità della rottura dei legami affettivi, la persona dipendente arriva, infatti, ad essere accondiscendente per non dispiacere l’altro, salvo sperimentare, però, emozioni di ansia e risentimento se criticata o disapprovata; a sottomettersi al controllo e al potere altrui o a svolgere compiti poco gratificanti al fine di sentirsi accettata. In molti casi, tende ad essere coinvolta e/o a rimanere in relazioni in cui subisce abusi emotivi o fisici. A livello metacognitivo, sembra esserci una difficoltà nell’identificare in modo consapevole i propri desideri e obiettivi, presenti ma poco accessibili, se non in presenza di una figura di supporto o di un contesto che svolga questa funzione. Queste persone hanno, talvolta, l’impressione di desiderare le mete degli altri, al punto che non le distinguono dalle proprie: possono, così, arrivare a cambiare per l’altro i propri gusti culinari, sportivi, estetici e persino le norme morali, considerandoli propri finché la relazione interpersonale significativa continua.

I cicli interpersonali disfunzionali in atto nella dipendenza affettiva In generale, i dipendenti coltivano relazioni con persone che soddisfano i loro bisogni di cura e protezione, instaurando, solitamente, cicli interpersonali, ossia dei veri e propri circoli viziosi all’interno della coppia, che però non fanno che perpetuare e rinforzare il loro disturbo. Nella dipendenza sentimentale si osservano tre cicli interpersonali disfunzionali prototipici:
  • Il ciclo oblativo: in cui il partner (l’altro) viene idealizzato, soddisfatto, e spesso i suoi bisogni vengono previsti amabilmente, al fine di ricevere in cambio attenzioni. Normalmente, questa aspettativa viene soddisfatta, almeno inizialmente; l’altro si sente egli stesso idealizzato, dà attenzioni e adotta il ruolo di guida e il soggetto dipendente, conseguentemente, sviluppa un’immagine di sé positiva, forte e adeguata. Al contrario, nel caso in cui l’altro non dia l’attenzione desiderata, il soggetto entra in uno stato di paura, minaccia e vuoto terrifico che porta alla disorganizzazione del sé (tipica, a questo punto, è la comparsa degli attacchi di panico). Le personalità dipendenti, generalmente, tendono ad assumere gli scopi altrui per dare forma e organizzazione alla loro esperienza interna: gli altri, come già detto, sono idealizzati e investiti di potere, del ruolo di guida e tendono ad imporre il loro punto di vista. Nel momento in cui, però, le scelte altrui sono incompatibili con i propri scopi personali, essi iniziano a sentire un senso di obbligo, di costrizione, al quale reagiscono ribellandosi emotivamente, con l’emergenza di sentimenti di rabbia (che però viene spesso scambiata per ansia). In conseguenza a questo stato di coercizione vi è spesso l’attuarsi di un circolo vizioso, alimentato dalla risposta (reale o immaginata) dell’altro: a seguito della ribellione, il soggetto prova uno stato transitorio di alta efficacia, di soddisfazione; tuttavia, se il partner è percepito, poi, come sofferente, si innescano rapidamente sensi di colpa, forte autocritica, paura di abbandono e di punizione che lo spingono ad attuare strategie riparative per mantenere salda la relazione. Al contrario, se l’altro reagisce in maniera distaccata o tenta di ristabilire il ruolo di potere, si attiva solitamente il ciclo sadomasochista.
  • Il ciclo sadomasochista: questo ciclo si innesca a seguito delle continue attenzioni che il dipendente affettivo riversa sull’altro, spesso rendendo quest’ultimo incapace di comprendere il suo bisogno di attenzione e protezione e il limite oltre il quale le pretese vengono percepite come eccessive. “Non ti preoccupare, mi fa piacere farlo”, è un’espressione tipica utilizzata dai dipendenti, alimentando così nell’altro l’idea che può continuare ad essere richiedente. Quando, però, la relazione si basa esclusivamente sul dominio e sul potere, può accadere che il soggetto dipendente si ribelli, scatenando nel partner una reazione di risentimento, comportamenti maltrattanti e un atteggiamento ancora più dispotico; il motivo di tale atteggiamento consiste, generalmente, nella sensazione di non avere più lo stesso potere nella relazione, e nel sentirsi legittimato a ripristinare il controllo facendo leva sui punti deboli (ovvero sui sentimenti di paura e di abbandono) del love addicted. Anticipando mentalmente la rottura della relazione e sperimentando il senso terrifico di vuoto, l’individuo dipendente mette in atto una strategia di riappacificazione, ovvero i soliti comportamenti sottomessi, dando, così, vita ad un circolo vizioso disfunzionale. Questo ciclo è continuamente rinforzato dall’incapacità di questa persona di integrare i vari momenti della relazione e di identificare l’immagine dell’altro come maltrattante: l’immagine prevalente nella sua mente è la felicità dei momenti passati in presenza dell’altro. Non è, quindi, in grado di vedere i maltrattamenti come conseguenza della necessità di potere e controllo del partner; al contrario, questi atteggiamenti sono vissuti (e giustificati) come dovuti ad una propria condotta esagerata o sbagliata.
  • Il ciclo caotico-disregolato: questo ciclo si attiva con personalità dipendenti che hanno una scarsa capacità di comprensione della mente altrui e il bisogno continuo e costante di consigli e rassicurazioni. I familiari e le persone significative sono, quindi, coinvolte in estenuanti ed ossessivi rituali di rassicurazione; e il loro atteggiamento oscilla spesso tra la rassicurazione e la dimostrazione di affetto, da una parte, e il tentativo di distanziarsi e allontanarsi dalle pressanti richieste, dall’altra. Ovviamente, questo atteggiamento non facilita, nel soggetto, la costruzione di una rappresentazione mentale rassicurante; al contrario, gli altrui comportamenti sono visti come imprevedibili, il che non fa che aumentare la paura, lo stato di vuoto e la richiesta di ulteriori rassicurazioni, creando così, anche in questa situazione, un circolo vizioso.

La dipendenza affettiva inizia, quindi, dove finisce la capacità di vivere il rapporto di coppia come un flusso costante tra momenti di separatezza e momenti di fusionalità; quando all’altro non è più lasciata la possibilità di auto-regolarsi, ma è costretto ad assumere un ruolo o un “impegno”; quando l’amore non è più fonte di arricchimento, ma compensazione di qualcosa che supplisce il senso di vuoto, le paure e/o i bisogni, rendendo, di conseguenza, il rapporto non più un incontro tra due anime, ma una situazione di co-dipendenza, ovvero una limitazione reciproca.

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